Un altro uomo di spicco nel panorama mondiale se ne va, e i social impazzano alla ricerca di sue celebri citazioni. Da ieri non faccio che leggere sue massime, molte completamente decontestualizzate come sempre accade quando i social danno il meglio di sé, ma chi era Zygmunt Bauman? Cosa pensava? Bauman era un uomo di altri tempi. Uno studioso vero, un intellettuale dal pensiero aperto, ma radicale e radicato nella contemporaneità. Tutti lo ricordano per le sue riflessioni sulla modernità, che con una metafora divenuta ormai celeberrima definì liquida, ma da cosa deriva questa idea?

La metafora della liquidità che Bauman usa è tratta dal Manifesto del Partito comunista. Marx ed Engels utilizzano l’espressione “fusione dei corpi solidi” per alludere al potere del capitalismo di minare alle fondamenta ogni tradizione, di dissolvere nell’aria le spoglie del passato. Con lo stesso senso, Bauman parlava della nostra epoca come di un’epoca in cui ormai ogni valore è privo di fondamenta radicate, in ogni suo aspetto. La nostra vita è in continuo mutamento, il mondo è imprevedibile, l’amore è sfuggente, il lavoro è precario. Al contrario di Marx ed Engels, però, che vedevano nella fusione dei corpi solo una fase temporanea che avrebbe portato alla creazione di nuovi corpi solidi e nuove fondamenta, Bauman, da attento osservatore dei fatti che era, non riusciva a vedere all’orizzonte niente di solido, niente di fermo e strutturato per noi e le nostre generazioni.

Ebreo nel momento storico più difficile della storia, scampato alla Shoah, costretto a fuggire più volte nella sua vita per difendere il proprio pensiero, Bauman era quindi molto critico nei confronti della nostra deriva collettiva, generatrice di ansia diffusa. Emblematico, in questo senso, il suo giudizio sulle politiche mondiali legate alla migrazione. In un mondo in continuo mutamento, in cui nessuna certezza è stabile, i nuovi nomadi, gli immigrati, per una sorta di logica perversa finivano, secondo lo studioso, per essere percepiti come truppe al servizio di forze misteriose, un esercito ostile che “pianta le tende in mezzo a noi”.

Gli immigrati ci ricordano in un modo irritante, quanto sia fragile il nostro benessere, guadagnato, ci sembra, con un duro lavoro. La nostra rabbia verso la globalizzazione trovava in loro un capro espiatorio secondo una logica umana, forse troppo umana che lui non condivideva. Perché questa nostra visione utilitaristica coincide con una chiusura che ci ha reso sempre più ottusi, diffidenti, intolleranti, in una parola, sciocchi.

Predicatore della ricerca del contraddittorio, dell’esplorazione della complessità attraverso il dubbio, le sue sferzate ci mancheranno. Perché Bauman, al di là del suo pensiero sul nostro sistema, era un uomo che aveva vissuto su di sé le conseguenze di ogni sua parola. Per questo esse avevano un grande peso, per nulla liquido, vorrei dire. Egli aveva vissuto realmente e non virtualmente il senso dell’incertezza, sul suo corpo e non sul suo avatar. Ed ascoltarlo ci arricchiva tutti. Sempre ed in ogni occasione. Eh sì. Altri tempi.

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