SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Lunedì sera calciatori e tifosi della Samb saranno impegnati a Reggio Emilia per la sfida contro la Reggiana. Ed entreranno al Mapei Stadium, conosciuto ai più giovani per essere, da qualche stagione, il teatro del piccolo “miracolo Sassuolo”, arrivato a giocarsi l’Europa League proprio nell’impianto di Reggio Emilia, dopo che il patron dei neroverdi Giorgio Squinzi lo rilevò, tramite la sua Mapei, nel 2013 tra le proteste dei tifosi granata.

Lo stadio, conosciuto da molti in passato come “Giglio”, era infatti finito sotto la gestione del Tribunale dopo il fallimento della Reggiana Calcio nel 2005 e Squinzi lo acquistò bruciando la concorrenza di una cordata che era pronta a restituire alla Reggio calcistica il suo storico impianto, non trovando proprio entusiasmo da parte dei tifosi granata, nonostante le migliorie poi apportate dall’universo Mapei a una struttura che nel suo piccolo aveva costituito, negli anni ’90, un laboratorio pionieristico e d’avanguardia, che prima dello Juventus Stadium e della questione “stadi di proprietà”, aveva guardato al futuro del calcio.

Lo stadio “Giglio” infatti fu il primo stadio di proprietà di un club nella storia del calcio italiano, parto della mente dell’allora Ad dei granata Franco Dal Cin, che nel 1994 costruì, in un’area periferica di Reggio Emilia, il primo impianto privato di calcio di sempre in Italia oltre al primo stadio col nome di uno sponsor. Prima dell’Allianz Arena, della Dacia Arena e dell’Emirates Stadium c’era infatti lo Stadio “Giglio” che prendeva il nome dall’omonima azienda casearia, famosa per il latte e il burro.

Era quella la Reggiana di Michele Padovano e del futuro campione del mondo Claudio Taffarel, la Reggiana di Carlo Ancelotti alla prima esperienza da allenatore e anche quella di Paulo Futre, vice pallone d’oro nel 1987 alle spalle di Ruud Gullit.

Il loro impianto di casa, il “Giglio”, aveva per l’epoca una serie accessori e infrastrutture davvero d’avanguardia, dai palchetti con frigobar e televisione satellitare ai sistemi di sicurezza con telecamere a circuito chiuso, passando per le panchine riscaldate con tanto di telefoni. Fu addirittura il primo stadio italiano a dotarsi di tornelli con la Reggiana che, in quegli anni in Serie A, studiò anche un nuovo sistema per vendere i biglietti, molto simile all’attuale tessera del tifoso. Perfino le modalità con cui fu finanziato il progetto erano una novità, gli oltre 20 miliardi di lire che servirono per costruirlo furono infatti versati, oltre che da privati, anche dagli stessi tifosi granata, i quali sottoscrissero con il club degli abbonamenti pluriennali. Ripensandoci ora la mente di Franco Dal Cin viaggiava davvero nel futuro, forse 10 se non 20 anni avanti.

Dal Cin aveva infatti realizzato, 22 anni fa, quello che oggi molti club, decisamente più ricchi di quella Reggiana, faticano ancora non solo a realizzare, ma addirittura a concepire: un salto di qualità infrastrutturale che garantisca negli anni anche un futuro sportivo più solido. Nonostante lo stadio di proprietà, considerato oggi più di ieri un un fattore capace di incidere anche sui risultati sportivi (si guardino quelli della Juventus dopo l’inaugurazione del nuovo stadio), quella Reggiana durò in Serie A appena 3 stagioni e neanche consecutive(1993-1995 e 1996-97), poi tanta B e una spirale discendente, fino al doloroso fallimento del 2005.

Era però la Serie A dello sfarzo e dei milioni (anzi miliardi) in cui un impianto e delle risorse indipendenti erano quasi considerati come un surplus inutile e la società emiliana in quel periodo era un po’ la prima formica in un mondo di cicale, riadattando Esopo. Gli attuali tempi di crisi economica, sociale e parallelamente sportiva erano d’altronde lontani, così la Reggiana e il suo laboratorio semplicemente passarono inosservati, finendo in un cassetto nonostante avessero tracciato, per primi,  la strada del futuro.

 

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