VARSAVIA – Per quanti non lo conoscessero, l’Annunciazione di Fra’ Angelico è un meraviglioso pannello ligneo, conservato nel museo del Prado di Madrid; una Madonna un po’ spaurita, ma piena di fede, accoglie la venuta di un angelo multicolore, in un tripudio di tinte rosate e azzurre. Così, nel 1400, l’artista immaginava che si fosse svolta la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine.

Alex Urso, prendendo in prestito i protagonisti della scena, propone un’originale interpretazione in chiave contemporanea: grazie alla moderna tecnologia, l’arcangelo Gabriele non deve più visitare Maria di persona; gli basta un cellulare per fare la Chiamata.

Questo è solo un esempio della delicata ironia nell’arte di Urso; stampe su carta, collage, oggetti tridimensionali di uso quotidiano, sono i tipici componenti delle sue installazioni. Spesso si tratta di immagini antiche, anche religiose, accostate con leggerezza a elementi più moderni; il risultato è una produzione ricca di colore, dissonante, ma che non urta l’occhio dell’osservatore. Piuttosto, lo fa rilassare e sorridere, mostrando un aspetto decisamente recente della nostra società: la capacità di apprezzare il bello divertendosi, giocando a cogliere i riferimenti, e magari trarne anche qualche riflessione critica.

Alex Urso, originario di Civitanova Marche, è un artista e curatore indipendente, laureato con lode all’Accademia di Belle Arti di Brera. Attualmente risiede a Varsavia, in Polonia, dove lavora anche come corrispondente per riviste d’arte italiane. A novembre parteciperà alla Biennale Internazionale di Studi e Appartamenti, un evento che coinvolge artisti selezionati da tutto il mondo; per l’occasione gli è stato commissionato un nuovo progetto espositivo, che verrà mostrato al pubblico presso lo Spazio Dzik di Varsavia.

Alla vigilia della sua prossima mostra, Urso parla del suo percorso artistico e dei temi trattati.

Per dare il giusto contesto a questo tipo di arte, credo che sia meglio cominciare con un saltello all’indietro: racconta qualcosa della tua formazione.

“Ho una formazione prevalentemente letteraria e filosofica. Pur essendo sempre stato incline al disegno, ho escluso la possibilità di una scuola d’arte fin da piccolo, per la convinzione giovane che l’arte fosse qualcosa che non potesse essere insegnata, ma scoperta attraverso un percorso conoscitivo intimo e personale. Dopo aver studiato Lettere, e lavorato in contesti affini alla scrittura, a ventiquattro anni ho deciso di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Brera per studiare Pittura. È stata una scelta tardiva ma giusta, necessaria per aprirmi al confronto e smettere di considerare l’arte come qualcosa di marginale nella mia vita”.

Come sei arrivato a Varsavia?

“Avevo bisogno di andare via da Milano, che è una città incredibile e dove ritornerò, ma nella quale in quel momento non ero pronto a restare. Inoltre in accademia, dopo un anno, iniziavo a stare stretto. Brera è un ibrido strano: un po’ scuola d’arte, un po’ museo, e lo studente è costretto a dei limiti di spazio e di tempo che non ti permettono di lavorare con serenità. Per questo ho deciso di approfittare di una borsa di studio Erasmus: volevo una città nuova e che potesse sorprendermi. Così nel 2012 sono stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove per un anno ho diviso la mia formazione tra il dipartimento di Pittura (frequentando le lezioni di Leon Tarasewicz, in uno degli studi di pittura più apprezzati tra le accademie dell’est-Europa) e quello di Grafica d’Arte”.

Sei un artista flessibile, con un formazione eclettica. Quale medium preferisci?

“La pittura si pone su un livello che sorpassa ogni altro linguaggio ai miei occhi: tutto si riconduce alla pittura. Eppure, nonostante la mia formazione accademica, dalla superficie piana ho sempre tentato di uscire: il risultato della mia produzione sono delle strutture tridimensionali in bilico tra pittura, scultura e installazione, nelle quali assemblo elementi per creare micro-mondi dal forte aspetto onirico e scenografico. Sono scatole. O diorami. O assemblaggi. O teatrini. L’idea stessa che sfuggano ad ogni definizione mi sembra la maniera migliore per descriverli, e l’incentivo a credere di aver percorso finora delle strade nuove, che accolgono e rifiutano ogni tipo di categoria”.

Quale è stata la tua prima opera?

“Non credo di avere una “prima opera”, quanto piuttosto tante “prime opere”, perché lavoro molto per serie, ad ognuna richiede spesso anche molti mesi. Dunque, ogni volta che un’opera arriva e mi rivela la possibilità di iniziare un nuovo ciclo, è la nascita di un percorso creativo in cui entrano in gioco aspettative, pulsioni e tensioni tutte nuove”.

Osservando alcuni dei tuoi lavori, si può notare che le immagini di uccelli compaiono spesso. E’ un caso?

“Le opere a cui ti riferisci sono legate a un ciclo del 2014/2015, dal titolo Impossible Nature. Questa serie di circa trenta diorami nasce come tributo a Joseph Cornell, pioniere dell’assemblaggio ed esponente di riferimento del surrealismo americano, che spesso inseriva, all’interno delle sue scatole magiche, dei pappagallini colorati. Dopo questi primi lavori, dedicati a lui, ho continuato la produzione, definendo la serie come una riflessione sulle relazioni tra mondo naturale e mondo fittizio delle immagini. Tutta la serie è diventata, in questo modo, un compendio sull’ossessione e sul desiderio, da parte dell’arte, di ricercare le forme e le armonie estetiche della natura, di riprodurle e, in certi casi, di volerle conservare catturandone invano la bellezza”.

Ci sono temi che privilegi rispetto ad altri?

“Non ho un tema in particolare che prediligo, perché non sono un artista concettuale nel senso stretto del termine: generalmente non mi siedo e costruisco l’opera intorno ad una idea, ma lascio che sia l’atto creativo a guidarmi, attraverso una stratificazione di eventi fortuiti. Certo, ho delle tematiche a cui mi sento molto vicino, ma non lascio che queste mi limitino nella creazione. Posso dirti che sono interessato in modo particolare a tutto ciò che gira intorno all’appropriazionismo, ovvero l’utilizzo di immagini altrui, che siano opere d’arte passate o esempi visuali sottratti al mondo quotidiano. Una volta entrato in contatto con questi frammenti li faccio miei, creando delle storie in cui dimensione privata e dimensione collettiva entrano in contatto e si scambiano di posto”.

La tua arte, in generale, viene descritta come una visione anacronistica della storia dell’arte passata, rivisitata con un tocco di ironia. Vuoi aggiungere qualcosa a questo ritratto?

“Sono sempre tentato dal confronto con gli autori del passato, e utilizzo la storia dell’arte come un grande archivio dal quale attingere a piene mani. Siamo abituati a considerare la storia dell’arte come qualcosa di monolitico e fisso, in cui ogni elemento occupa una precisa posizione nello spazio e nel tempo. Mentre io credo che ogni oggetto artistico sia la somma di continue sovrapposizioni e rotture: ogni opera d’arte non è un monumento assoluto, ma un elemento impuro in cui le epoche, tutte insieme, collidono. Per questo mi piace riconfigurare il mio presente nelle opere passate, intervenendo in esse, ridando loro vita nuova. È un gioco, ed è naturale che avvenga con ironia: nei miei lavori cerco un cortocircuito semantico che spiazzi l’osservatore, e che lo stimoli a deviare dalle regole di lettura convenzionali dell’opera”.

Restando in tema d’arte, spostiamoci ora sul versante occupazionale. Rimanere a Varsavia dopo il master è stata una scelta dettata dalla passione, oppure ritieni che sia meglio lavorare in Polonia che in Italia?

“Lavorare in un contesto artistico ti concede la fortuna di essere libero di seminare ovunque trovi risposta positiva nei confronti del tuo lavoro. Questo vuol dire che lavorare in una città non esclude la possibilità di farlo, contemporaneamente, in altre. In un certo senso l’artista ha il dono dell’ubiquità. Certo, un luogo stabile, una base a cui tornare, è necessaria. E per ora ho scelto Varsavia. Dopo essermi diplomato in accademia ho iniziato a lavorare come assistente curatore alla galleria nazionale Zacheta, ed è stata un’esperienza notevole, perché mi ha permesso di inquadrare in una dimensione più compatta e professionale le mie conoscenze teoriche e critiche. Da quel momento ho iniziato a portare avanti, parallelamente alla mia pratica d’artista, quella di curatore indipendente, collaborando con gallerie private e istituzioni locali, come l’Istituto Italiano di Cultura della città. Il restare qui finora è stato frutto di circostanze, che ho cercato e ho trovato. Ma nel momento in cui vorrò cambiare ancora lo farò, assumendomi tutti i rischi che ogni cambiamento comporta”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Hai intenzione di espandere la tua produzione, oppure privilegerai il lavoro di curatore e collaboratore per riviste d’arte?

“Non si smette mai di lavorare, neanche quando si ha l’impressione di farlo. L’aspetto critico e curatoriale è qualcosa di parallelo, per certi versi un gioco che mi riesce bene. Collaboro con riviste d’arte come referente dalla Polonia, e come curatore ho piacere a presentare al pubblico polacco giovani e abili artisti italiani: vorrei essere un ponte tra la mia cultura e quella del luogo che, oggi, mi sta ospitando. Ma la mia priorità è sviluppare il mio linguaggio come artista, e questa resta una costante ogni giorno”.

Qual’è il prossimo appuntamento?

“A novembre parteciperò alla Biennale Internazionale di Studi e Appartamenti, un evento indipendente che coinvolge artisti selezionati da tutto il mondo, invitandoli a realizzare un progetto espositivo all’interno di uno spazio artistico non convenzionale. La mostra, presso lo Spazio Dzik di Varsavia, sarà l’unico progetto in concorso dalla Polonia (per info www.wasbiennale.com e www.alexurso.com)”.

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