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SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Chi di voi compra qualche volta un Gratta e Vinci con il resto del caffè o si ferma a scommettere qualche euro sul big match di calcio del giorno? Probabilmente in molti perché il gioco d’azzardo, in senso ampio e quindi comprendente slot machines, scommesse, lotterie e quant’altro è ampiamente diffuso nei tempi in cui viviamo e costituisce per lo Stato una considerevole entrata dato che il comparto del gioco è strettamente regolato da una delle agenzie fiscali italiane, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (una volta era gestito dall’AAMS) con cui, chiunque voglia intraprendere un’attività legata al ramo, deve necessariamente rapportarsi per la concessione nell’esercizio. L’associazione “Libera” di Don Ciotti, nel 2012 ha stimato che, quella legata al gioco, fosse la terza industria d’Italia e quella che ha risentito meno dell’influsso della crisi economica contribuendo al 4% del Pil del nostro paese. Il giro d’affari attorno a questo comparto in effetti è enorme e ha toccato, nel 2014, la cifra “monstre” di 84 miliardi di euro che gli italiani hanno speso nel gioco; un giro d’affari sul quale i margini di profitto sono molto alti e che hanno fruttato allo Stato, nello stesso periodo preso in considerazione, quasi 8 miliardi di euro in termini di tasse.

Ludopatia: patologia o dipendenza?

E se i profili legali sono ampiamente regolamentati e chiari (anche se i controlli non altrettanto), quelli morali possono vivere in un “cono d’ombra” avvertito da molti quando entra nel rapporto il fattore dell’abuso, parimenti a quanto avviene ad esempio per la vendita di alcolici o tabacchi. Così come avviene per il tabagismo e l’alcolismo infatti, anche per il gioco d’azzardo esiste una declinazione patologica, spesso definita come “azzardopatia” o più genericamente “ludopatia”.

La ludopatia è stata per anni classificata come un disturbo psichico a tutti gli effetti tanto da essere inserito nel Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali dell’Apa (American Psychiatric Association). Nel 2013 però, lo stesso manuale (denominato anche DSM-5) ha riclassificato il gioco d’azzardo patologico inserendolo nell’area delle dipendenze (addictions in inglese) per le similarità tra il GAP e le dipendenze da alcool e droga. Per la precisione, in ambito clinico, il disturbo non viene più definito “gioco patologico” bensì “gioco problematico”. La riclassificazione in Italia ha portato in eredità qualche giovamento nel trattamento del fenomeno perché ha permesso il coinvolgimento del SERT nei programmi di recupero. Prima che il problema fosse etichettato come dipendenza infatti, l’eventuale coinvolgimento del Servizio per le Dipendenze, poteva comportare perfino la prefigurazione del danno erariale.

E in effetti possono trovarsi dei parallelismi con la tossicodipendenza laddove il giocatore d’azzardo patologico mostra dipendenza crescente verso il gioco, aumentando la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma che spende quotidianamente nel tentativo, spesso vano, di recuperare le perdite, arrivando anche a indebitarsi, a estraniarsi socialmente trascurando gli impegni che la vita gli richiede come quelli lavorativi, affettivi o familiari.

Secondo il Ministero della Salute poi, ad oggi, sarebbero almeno 7mila gli italiani in cura ufficialmente per disturbi legati alla ludopatia con i maschi che in genere possono sviluppare il disturbo già dall’adolescenza. Si stima infine che il fenomeno possa colpire tra il 2% e il 4% della popolazione tanto da assumere i contorni di un vero e proprio problema di salute pubblica, e essere inserito, dal Decreto Legge n° 158 del 2012, nei livelli essenziali di assistenza (Lea), con riferimento alle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da questa dipendenza.

Le esperienze di chi tutti i giorni a che fare col gioco

Un viaggio completo all’interno del problema non può però tralasciare un’analisi profonda che permetta di fare dei distinguo fra gioco e gioco patologico e soprattutto non può prescindere dal sentire le voci di chi, come i gestori delle sale scommesse, gli avventori delle stesse e gli esperti che combattono il disturbo, ha a che fare con la ludopatia tutti i giorni.

Essendo il gioco d’azzardo patologico un problema che investe lo stivale nella sua interezza si potrà ben intendere che neanche San Benedetto è estranea al fenomeno e alle sue conseguenze.

Nella nostra città, nell’ambito di “A che gioco giochiamo?”, una campagna promossa dall’Ambito Territoriale Sociale 21 e dal Dipartimento Dipendenze Patologiche (coordinati rispettivamente da Antonio De Santis e Claudio Cacaci) in collaborazione con la cooperativa sociale “Tangram” presieduta da Francesco Ciarrocchi, è presente, dal maggio scorso, uno sportello destinato a prestare assistenza, consulenza e supporto a persone con problemi di gioco d’azzardo e loro familiari presso il Centro per le famiglie in via Manzoni. Lo sportello, che è aperto tutti i giovedì dalle 15,30 alle 17,30 è sotto la responsabilità dell’assistente sociale Maria Aureli e della psicologa Marta Bugari le quali gestiscono anche una linea telefonica di aiuto a cui è possibile rivolgersi ogni mercoledì dalle 15 alle 20 al numero 3292674173.

“A San Benedetto una donna che guadagna meno di 300 euro al mese, per il gioco si è indebitata per oltre 70mila euro”

Proprio con Maria Aureli, in un’interessante intervista, abbiamo parlato del fenomeno ludopatia a San Benedetto. “Tutte le persone che si rivolgono a noi lo fanno perché hanno raggiunto il limite. Spesso si tratta di donne che arrivano per cercare sostegno per padri, mariti o fratelli diventati dipendenti” esordisce l’assistente sociale che nel contempo denuncia come siano molti di più i giocatori patologici in realtà rispetto a quelli che chiedono aiuto perché “tanti si vergognano a venire o anche solo a chiamare e lasciano al massimo messaggi”. In ogni caso, chi si presenta per curare il problema lo fa, secondo l’esperta, “perché fortemente indebitato, perché autore di furti o perché è stato cacciato di casa, difficilmente si cerca aiuto preventivamente”.

Per chi si rivolge allo sportello “ludopatia” è previsto un ciclo di 3 incontri per individuare il problema, dopodiché, in caso di dipendenza accertata, c’è l’invio al SERT per quella che è a tutti gli effetti una dipendenza “che al pari di quella da droghe crea estraniazione sociale, calo nel rendimento a lavoro o nello studio, calo del desiderio sessuale perfino oltre che estreme conseguenze come il totale rovesciamento finanziario di intere famiglie” ci spiega Maria che ha una sua definizione per il problema “è una vera e propria dipendenza cannibale perché investe tutti gli aspetti della vita diventando un pensiero fisso”.

L’esperta poi, per rendere l’idea delle proporzioni che anche nella nostra città ha assunto la dipendenza da gioco, ci descrive alcune realtà incontrate nel suo lavoro. Si va da “famiglie rovinate economicamente nel giro di un solo anno” a gestori di sale slot o agenzie scommesse che diventano dipendenti a loro volta fino al caso più grave che l’assistente sociale abbia mai incontrato: “una donna anziana di San Benedetto che può contare su meno di 300 euro al mese di entrate arrivata a indebitarsi con le finanziarie per 70mila euro e a rubare in casa denaro e oro inscenando un furto da parte di estranei”.

 “C’è chi sta fino a 6 ore consecutive in una sala slot”.

L’Italia poi è il primo paese in Europa per diffusione di Video Lottery, versione evoluta delle slot machines che nel nostro Paese sono altrettanto presenti raggiungendo la quota spaventosa di una ogni 143 abitanti secondo i dati, altro record Europeo. In un’agenzia di scommesse in città un giocatore, voluto rimanere anonimo, ci rivela come ci siano “persone che giocano oltre mille euro in un’ora alle slot machines o scommettendo su partite di calcio virtuali”.

“Le slot e i giochi virtuali sono diffusi perché sono facili da usare e il gioco dura poco diminuendo di conseguenza i tempi in cui si presenta il desiderio di rifarsi delle perdite” ci spiega ancora l’esperta a cui sottoponiamo un’altra testimonianza raccolta in una sala slot di San Benedetto con un’altro giocatore che ci rivela come “c’è chi riesce a stare davanti a una macchinetta anche 6 ore consecutive senza mai alzarsi.” L’assistente sociale non sembra stupita dal racconto: “le sale slot soddisfano il bisogno di estraneazione del giocatore patologico perché in una sala puoi fumare, bere, hai macchine che ti cambiano i soldi e non fatico a credere che ci sia chi le frequenta per 6 ore consecutive, anzi potrebbero essere di più le ore. In sei ore comunque, per le esperienze raccolte, possono andare in fumo anche 10mila euro” chiosa la ragazza.

Un problema anche per i minori

Abbiamo parlato con un gestore di un’agenzia di scommesse in città che, per questioni di privacy, chiameremo col nome fittizio di “Marco”. Marco, oltre alle scommesse con un giro “di almeno 100 avventori a settimana”, fino a poco tempo fa aveva anche una sala slot che ha deciso “di chiudere perché l’accanimento con cui alcuni giocavano ha portato anche qualcuno a chiedermi costantemente prestiti”. Ma c’è un aspetto che per l’uomo è preoccupante: “il numero di ragazzini minorenni che vengono qui a giocare e a volte, sinceramente, ho difficoltà a riconoscere un diciottenne da un sedicenne” ci confessa l’uomo che poi racconta come “di sabato trovo in agenzia almeno 20 o 30 ragazzini che vogliono giocare già dalla mattina. Spesso dopo aver chiesto loro i documenti devo mandarli via e non senza proteste”.

Secondo Paidos (un osservatorio per la salute dell’infanzia e adolescenza) sono infatti 800mila i ragazzini dai 10 ai 17 anni che giocano regolarmente preferendo di gran lunga i Gratta e Vinci e le slot machines al resto dei giochi. “I minori che giocano lo fanno perché c’è chi lo fa in famiglia nella stragrande maggioranza dei casi” ci rivela ancora Maria Aureli che dice “non condanno il gioco perché può anche essere un momento di relax se non se ne abusa, ma se ci sono delle regole che dicono che i minori non possono giocare queste vanno rispettate. Se ci sono certi numeri sui minori è perché i gestori non controllano”.

Quali le soluzioni?

Sempre Maria Aureli, nella sua esperienza a San Benedetto e dintorni, si dice stupita “dalla mancanza di un tessuto sociale che soccorra chi incappa in problemi del genere, le persone possono arrivare a distruggersi e nessuno le ferma”. Nella società in cui viviamo poi sono tanti i fattori che possono metterci a rischio e la mancanza di lavoro e denaro, paradossalmente, sono micce potentissime che alla lunga però non fanno altro che aggravare i problemi finanziari. “Anche la solitudine può essere un fattore scatenante” per Maria che, in definitiva, ci rivela come “una rete solida di amici e affetti familiari sono fattori protettivi importanti. E anche il non giocare da soli può salvare dalla dipendenza”.

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