DA RIVIERA OGGI 1090

Il progresso avanza, e anche la scienza accelera sempre più la sua corsa alla comprensione del mondo. A distanza di pochissime settimane, due scoperte mediche potrebbero segnare l’inizio di una nuova serie di terapie, specifiche per le più grandi malattie incurabili del nostro tempo: la prima arriva da Mainz, in Germania, dove una squadra di ricercatori sta sperimentando un promettente vaccino universale contro il cancro; trattasi di una sequenza di RNA racchiusa in una capsula microscopica, che va iniettata endovena.

A settembre, invece, la notizia è giunta dagli USA; nel Maryland, è stato appena presentato un anticorpo contro il morbo di Alzheimer.

Le ricerche stanno ancora muovendo i primi passi; il cammino verso una cura efficace si prospetta lungo, ma i risultati sono già notevoli. Questi due metodi di cura, in apparenza così diversi, appartengono alla stessa branca medico-biologica: l’immunoterapia.

Cos’è l’immunoterapia? Come suggerisce il nome, l’immunoterapia agisce sul sistema immunitario; nello specifico, prevede l’uso diretto o indiretto di anticorpi per combattere una malattia. Non si tratta di una scienza nuova: già nel 1796, infatti, Edward Jenner fece i primissimi studi al riguardo, inventando il vaccino.

Oggi, le moderne strumentazioni permettono di contrastare le varie patologie in modo molto più preciso e complesso; diversamente da Jenner, infatti, i moderni ricercatori sono in grado di manipolare attivamente virus, batteri, proteine e materiale genetico, in modo che provochino pochissimi danni all’organismo. Il principio di base resta sempre lo stesso: una miscela di sostanze estranee viene iniettata in un paziente; queste vengono subito riconosciute come non appartenenti al corpo, e quindi classificate come pericolose. Macrofagi e linfociti si attivano, e distruggono tutte le sostanze iniettate. Poi, i secondi creano anticorpi specifici contro quelle sostanze, che verranno così eliminate ogni qualvolta rientreranno nell’organismo. Anticorpi contro diverse malattie possono continuare ad essere prodotti per tutta la vita, oppure solo per alcuni anni. Per questo alcuni vaccini necessitano un richiamo.

Queste sono solo le basi dell’immunoterapia; negli ultimi anni, a questo principio base si sono aggiunte interessanti variazioni: il vaccino contro il cancro, di cui si parlava all’inizio, è una di queste.

In questo caso, l’RNA iniettato non viene classificato come molecola estranea, ma come un “libretto d’istruzioni” per un vaccino fai da te; ma procediamo con ordine. L’RNA in questione viene creato artificialmente in laboratorio, e può essere modificato per vari tipi di tumore. Una volta sintetizzato, è racchiuso in una capsula lipidica (di grasso) detta liposoma, ed è iniettato nel sangue di un paziente affetto da cancro; a questo punto comincia il viaggio nel torrente circolatorio. La capsula lipidica protegge l’RNA durante il tragitto, finché non arriva nei pressi di una cellula dendritica.

La cellula dendritica (DC) fa parte del sistema immunitario, e riconosce tutte le molecole estranee; il suo compito è fagocitarle e portarne dei “pezzi” ai linfociti, che si svilupperanno in anticorpi antagonisti. I suddetti pezzi sono di norma proteine, che vengono chiamate antigeni per la loro capacità di innescare una risposta immunitaria.

La DC, a questo punto, classifica il liposoma (solo la capsula esterna) come pericoloso e lo mangia, lasciando però intatto l’RNA interno. L’RNA, una volta dentro la DC, viene letto e tradotto, come se fosse un normale componente cellulare. Il processo noto come “traduzione” serve a creare una proteina, che è la chiave di tutto il processo: la proteina prodotta, infatti, non è altro che un potente antigene, che si trova anche sulle cellule tumorali. La DC presenta la proteina ai linfociti, che si mobiliteranno immediatamente contro tutte le cellule che hanno la stessa molecola.

In questo modo, con una sorta di inganno, il sistema immunitario è stato educato per combattere un tumore. Se il principio sembra poco chiaro, provate a pensare al cavallo di Troia, ma al contrario.

Alcuni processi possono sembrare un po’ contorti. Il principio della cura per l’Alzheimer, invece, è molto più immediato. Si tratta, sostanzialmente, di prelevare degli anticorpi umani preformati, modificarli artificialmente, farli moltiplicare in vitro, e iniettarli nuovamente nel corpo. Non lasciatevi però ingannare dalla semplicità della spiegazione: modificare un anticorpo è un processo delicato e complesso, e richiede un’azione mirata sul DNA.

Contro l’Alzheimer, è stato usato un anticorpo chiamato Aducanumab, che attacca selettivamente le proteine mutanti beta-amiloidi.

Le proteine beta-amiloidi si trovano naturalmente in ogni organismo umano, e in alcune specie animali. In condizioni normali, assicurano il corretto funzionamento di una serie di processi fisiologici, alcuni dei quali non sono ancora del tutto noti. Capita, però, che per ragioni genetiche o indotte, queste proteine possano assumere una struttura diversa dall’originale, diventando così dei prioni. Per capire meglio il meccanismo, immaginate la proteina come una costruzione del geomag: prendetela, e stropicciatela tra le mani. Otterrete così una costruzione di forma diversa, ma fatta con gli stessi componenti.

Sono in corso vari studi per capire che cosa, di preciso, provoca la creazione dei prioni; la caratteristica più sorprendente di queste molecole è che, nonostante siano ritenute non viventi, si comportano in modo simile ad un virus, “infettando” altre proteine beta-amiloidi sane. A contatto con un prione, una proteina normale si ripiega e diventa prionica a sua volta. Con il tempo, gruppi di prioni proliferano nel cervello, aggregandosi a formare placche amiloidi; questo è il principio del morbo di Alzheimer, ma prioni diversi possono causare altri tipi di malattie neurodegenerative, come la mucca pazza e lo scrapie nelle pecore.

Tornando alla questione immunoterapica, l’anticorpo Aducanumab riconosce le proteine amiloidi guaste e le distrugge, riducendo le placche amiloidi; purtroppo, però, non è una cura definitiva per l’Alzheimer: l’anticorpo, infatti, può solo rallentare il decorso della malattia, ma non curarla. Riducendo le placche amiloidi, inoltre, i malati non riacquistano le facoltà cognitive perdute, in quanto il cervello danneggiato non può essere rigenerato efficacemente. C’è infine un dato che allarma le società farmacologiche: alte dosi di Aducanumab provocano cefalee e edemi cerebrali nei pazienti. Questo significa, probabilmente, che l’anticorpo attacca di preferenza i prioni, ma può danneggiare anche le proteine amiloidi normali, in quanto sono molto simili tra loro.

La sfida per il team di ricerca, ora, è di trovare un nuovo anticorpo, oppure modificare Aducanumab per renderlo più specifico contro le proteine prioniche.

Quelli illustrati sono solo due recenti esempi dell’enorme lavoro della comunità scientifica in campo immunologico. Dove un farmaco tradizionale rischia di essere aspecifico, danneggiando tutto il corpo, l’uso di anticorpi è invece più preciso e indolore, ma richiede tempo, soldi ed esperti che lo producano. L’antibiotico, per ora, resta la cura più immediata per la maggior parte delle patologie; la situazione, però, sta cambiando rapidamente: l’abuso di farmaci su animali e uomo, negli ultimi anni, sta portando alla formazione di una nuova generazione di batteri resistenti, contro i quali la medicina tradizionale potrebbe un giorno non bastare più. E’ sotto questa spinta che l’immunoterapia si sta sviluppando come supporto agli antibiotici; le due terapie, combinate, hanno spesso un effetto sinergico molto efficace.

Come biologa posso dire che la ricerca, nonostante i progressi, è ancora grandemente sottovalutata e trascurata, soprattutto in Italia; in questo momento, gran parte dei nostri ricercatori è costretta a lavorare all’estero.

Dare maggiori incentivi ai laboratori non è solo un modo per salvare delle vite, ma potrebbe diventare un business importante per l’economia italiana.

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