CUPRA MARITTIMA – In sala si accendono le luci: al Cinema Margherita di Cupra Marittima è appena terminata la proiezione del film “Questi giorni” e il regista, un Giuseppe Piccioni felicemente trafelato arriva dal foyer del cinema Margherita. E’ costantemente in viaggio, dopo la vittoria del premio Sorriso diverso 2016 al festival del cinema di Venezia. Il pubblico presente per la prima proiezione delle ore 18 lo applaude: per quella successiva c’è il tutto esaurito, per questo si è cercato di aumentare i posti disponibili raddoppiando le visioni.

Il film si snoda sulle vicende di quattro giovani amiche: ognuna di loro in una particolare fase della vita; la tesi di laurea e un amore nascente con il professore, mentre si apprende di essere malate di tumore; un figlio che sta per arrivare; un amore incerto e impossibile per le differenze sociali tra i due possibili innamorati; una ragazza introversa, acculturata e innamorata della sua amica che decide di partire per lavorare da cameriera a Belgrado. Le unisce un viaggio, appunto verso la Serbia, e tante congiunzioni, tra loro stesse o con il mondo che attraversano (il fratello prete quasi sedotto dall’amica; amici serbi conosciuti in campeggio con i quali innamorarsi, o forse no; la mamma che apprende della malattia della figlia; e tanto altro).

E sembra che nulla accada, come ammette una delle protagoniste: “In questi giorni non è successo niente ma è cambiato tutto”. Perdendo e trovando qualcosa crescono insieme, in quella metamorfosi spensierata ma dolorosa che chiamiamo giovinezza, anche se il regista ci tiene a precisare – e a ragione – che il suo non è un film giovanilistico, né sociologico: “La vita è così: accadono tante piccole o grandi avvenimenti, e cambiamo”. E’ una sorta di limbo, quello che ci racconta Piccioni, un non – luogo che si lascia alle spalle il locus amoenus e certo del Paradiso perduto di John Milton. I riferimenti letterari richiamati dal regista sono lucidamente svelati, oltre al poeta inglese certo è l’accenno a “Mia giovinezza” di Ada Negri: “Non ti ho perduta, sei rimasta in fondo all’essere”.

“Ogni regista che si rispetti decide per partito preso che il film sarà in un determinato modo – spiega Piccioni – non io”. Secondo un canone stilistico infatti “il viaggio deve iniziare dopo cinque minuti -prosegue l’artista – mentre in Questi giorni c’è più che altro un percorso interiore”. Come in una sinfonia, il film si compone di tre movimenti. Nel primo, narrativo e descrittivo, aspettiamo l’inizio del viaggio; nel secondo finalmente vediamo le ragazze in macchina per Belgrado; infine, nell’ultimo movimento il linguaggio diventa più rarefatto e viene disciolto in inquadrature lunghe e silenziose.

L’opera è frutto del lavoro di scrittura di Piccioni insieme a Pierpaolo Pirone e Chiara Ridolfi. Ma tutto parte da un corso di sceneggiatura e da una ragazza, Marta Bertini, che alla scrittura dei film preferisce quella dei romanzi. Da uno spunto di Piccioni questa giovane umbra ha infatti tratto il romanzo Color betulla giovane che ha fornito lo scheletro del film.

“La forma talvolta è sostanza – spiega Piccioni – e come in Madame Bovary nulla accade” eppure qui accade la storia dell’uomo, angelo caduto che ora, nel tempo “della prudenza e dell’attesa” come scrive il regista, può solo cercare di reagire per finire, infine, tra i vincitori o i vinti. Questi giorni è soprattutto il tentativo di riprodurre la vita con la massima naturalezza, e in questo lo sforzo degli attori è evidente: “Bisogna capire che il cinema, o l’arte in genere, sono sempre frutto di un artificio, la ricerca di semplicità è figlia di uno sforzo importante”.

Un film da vedere, senza dubbio.

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