SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quindici anni sono passati da quando, quel martedì 11 settembre 2001, due aerei di linea furono intenzionalmente fatti schiantare sul World Trade Center di New York dall’organizzazione terroristica fondamentalista islamica di al-Qāʿida. E’ passata una porzione di secolo, da quel martedì a New York, abbastanza grande da contenere una serie di avvenimenti che sono da considerarsi ormai pezzi di storia contemporanea a tutti gli effetti: dalla guerra in Iraq passando per le missioni in Afghanistan fino alle ultime recrudescenze del terrorismo che hanno preso le sembianze dell’Isis.

Il filo conduttore di tutto sta nello scontro, destinato a segnare le nostre generazioni, fra la civiltà islamica, o almeno una parte deviata di essa, e l’Occidente. Uno scontro di cui, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, scriveva il filosofo italiano Angelo Panebianco dalle colonne del Corriere della Sera. “Smemorati tra noi” il titolo del suo editoriale che individuava un fattore primario nello scontro inter-culturale fra le due civiltà: il relativismo. Relativismo definito da Panebianco come un “malanno di cui l’Occidente è afflitto da anni” e ancora una “degenerazione del principio di tolleranza inscritto nella democrazia liberale” che ci renderebbe sostanzialmente deboli e attaccabili da chi si dota di strumenti ideologici forti come i musulmani o almeno i loro fondamentalisti, perché ci farebbe apparire “nichilisti” , usando ancora le parole del filosofo, in quanto in fin dei conti senza Dio e senza più una identità culturale nitida e condivisa.

E’ interessante notare come, dopo 15 anni, dopo cioè una porzione di secolo densa di avvenimenti storico-contemporanei, questa intuizione di Panebianco sia ancora presente nei ragionamenti tanto politici quanto dell’uomo comune. “Se la guerra al terrorismo durerà anni bisognerà attrezzarsi per neutralizzare, con la parola e con la persuasione, il principale alleato di Bin Laden, ovvero il relativismo” scriveva ancora l’autore. Parole e persuasione gli strumenti individuati, ma si sa che le parole sono spesso ispirazione e veicolo per le azioni politiche e le scelte che segnano i tempi. E allora 15 anni dopo, con la guerra al terrorismo ancora, profeticamente, in atto se non nel suo culmine le parole, o certe parole, hanno portato a guerre e progetti di “ingegneria democratica”(Iraq e Afghanistan), a recrudescenze del terrorismo recentissime che hanno colpito Francia e Belgio e ancora a misure politiche, come Brexit o il muro che il Regno Unito progetta di erigere, che più o meno direttamente non possono non risentire di certe parole e di certi mal di stomaco sociali mentre in giro per l’Europa i movimenti nazionalisti si risvegliano da un certo torpore e negli Stati Uniti, Donald Trump, non certo un moderato, rischia di abitare la Casa Bianca per i prossimi quattro anni.

E’ interessante altresì notare come dopo 15 anni, e più di 15 anni fa l’Occidente si ritrovi spiazzato nel dover fare i conti con una civiltà, o ancora una volta è bene ricordarlo con una parte deviata di essa, disposta a uccidere in nome di Dio. Disposta a morire in nome di un Dio che è morto o quantomeno fortemente secolarizzato in Europa e in Occidente in generale. E’ vero, come diceva Panebianco, che l’Europa ha dimenticato la sua identità, una identità che ha portato a uccidere in nome di Dio in passato.

Sono passati secoli dalle crociate però, l’Occidente si è evoluto e non è più disposto a certi atti in nome della religione, così come la religione non chiede più tributi di sangue adesso che i Papi parlano di matrimoni gay e si dimettono come impiegati qualunque. L’Occidente si è evoluto. Ed ecco ciò che Panebianco tralasciava nella sua analisi. L’Occidente si è evoluto e la secolarizzazione, il relativismo, l’idea che “la mia parola valga quanto la tua” sono parte di questa evoluzione e non per forza ne rappresentano un “malanno”.

Siamo certamente una civiltà più evoluta rispetto alle civiltà dei paesi a impronta islamica e le nostre classi dirigenti hanno avuto più successo delle loro creando però, fra le maglie del progresso, un mondo a tratti “frivolo” agli occhi di chi è abituato a contare su una gamma valoriale ben diversa. Ma non per queste differenze, o fraintendimenti socio-culturali pecchiamo di identità: la nostra identità è semplicemente “soluta” in un apparato socialmente e giuridicamente progredito che solo a un occhio parzialmente attento, o condizionato, può sembrare nichilista.

In definitiva se una riaffermazione della nostra identità è necessaria nella lotta al terrorismo, questa non può prescindere dal diritto. Dal diritto e nel diritto soltanto può essere individuata, se c’è una nostra superiorità. I diritti umani e civili, la tolleranza e gli strumenti di tutela sociale sono il vero “non plus ultra” della nostra civiltà. Ogni altra forma di affermazione di superiorità infatti non potrebbe che intaccare e deteriorare ciò che davvero c’è di superiore nella nostra identità.

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