Un commento sul voto amministrativo dopo i risultati dei ballottaggi del 19 giugno.

EI FU Il Renzismo nella sua fase ascendente è finito. E meno male perché, tolti carrieristi, tifosi e adulatori (presenti in tutte le compagini politiche, ieri, oggi e domani) il Renzismo non porta alcuna “novità”, se non quei pochi slogan d’apertura dell’avventura di governo: #lavoltabuona, #cambiaverso, ad esempio. Il Renzismo è statO semmai una accelerazione del verso già intrapreso, e non una sua inversione. L’unico elemento, oltre alla giovane età, che lo ha contraddistinto è appunto il rischio della sbandata: chi corre rischia di andare a sbattere e fermare la corsa, mentre chi mantiene l’andatura di crociera evita le buche e le trappole. Traduciamo: aprire una serie di conflitti strepitosi, dalla Cgil (Jobs Act) ai presidenti delle Regioni del suo stesso partito (Sblocca Italia), fino al folle capolavoro sulla modifica della Costituzione, intestata al governo con una goffagine dilettantistica oltre che istituzionalmente sovversiva; e se aggiungiamo rapporti personali logorati da tradimenti rari persino nella nostra storia politica (Letta, Marini, Prodi, e poi persino Berlusconi…), abbiamo un quadro esplosivo.

EI FU AUSTERO NEI FATTI MA BOCCALONE Il Renzismo, nell’uso della propaganda – anche questa da valutare neutralmente come per qualsiasi altra compagine politica – ha voluto far credere di essere un governo espansivo e anti-establishment europeo, mentre nella pratica ha applicato misure di austerità ben più dure dei suoi predecessori, in parte mitigate soltanto dalla riduzione delle spese per interessi. Come tutti i governi della Seconda Repubblica, dunque, il Renzismo toglie dalle tasche dei cittadini più soldi (tasse) di quanto ne immetta con i servizi concessi. I sistemi democratici non possono funzionare così nel medio periodo, perché intaccano la fiducia dei governati nei governanti. Il governo Renzi impoverisce gli italiani, nel suo complesso. E il prossimo governo, anche se fosse Di Maio o Boeri, dovrà comportarsi allo stesso modo se vuole restare nell’Unione Europea. Tuttavia Renzi non solo eseguiva i compiti fino all’ultima riga, ma in classe dava fastidio e rispondeva maleducatamente ai professori (Juncker, Draghi, Merkel, Schauble). Renzi è nella lista nera anche per il Vero Potere, perché per essere più severo (austero) e gratificare l’Europa deve però utilizzare una grezza propaganda anti-europea nel cortile interno. E alla fine arriverà al bivio tra consenso e obbedienza e dovrà scegliere. Dovrebbe, poiché in realtà al Governo italiano non è concesso scegliere un bel nulla. La politica non esiste, esistono solo gli hashtag ormai.

EI NON SA COME SI FA I dalemoni del Pd lo sanno, invece. Gli obiettivi sono gli stessi, ma invece che il rozzo rottamare si usa l’olio che tutto fa scorrere. Si attendono gli shock per le cure da cavallo (1992, 2011), nel mentre si fa cuocere il tutto a brodo lento evitando che la pentola vada in ebollizione. Il risultato e gli obiettivi sono gli stessi, il percorso è vellutato. Bersani è già pronto ad accettare la contrattazione aziendale anziché nazionale a patto di uno zero virgola sulla flessibilità. Di Maio da parte sua, e il M5S, hanno da tempo tirato il freno a mano sugli argomenti più spigolosi. Insomma, cari italiani, diffidate del nuovo giro di valzer perché, solitamente, dietro le fanfare son sempre grandi dolori. Il popolo dovrà ancora tirare la cinghia o, nei casi migliori, succhiare una caramellina prima di rimettersi in marcia.

EI FU REFERENDUM Ipotizzo. Se il Renzismo non è mai esistito, esiste Renzi e il suo gruppo di riferimento, oltre che un certo fascino un po’ giovanilistico un po’ nazionalpopolare che il fiorentino ha esercitato, vanamente. Il Presidente del Consiglio ha scioccamente avviato a maggio la campagna per il Sì al Referendum Costituzionale di ottobre, e da mesi ripete improvvidamente che il suo destino politico è collegato alla vittoria del Sì (evitiamo commenti). Dai risultati del ballottaggio e dalle forze messe in campo, possiamo ipotizzare che i vari Napolitano, D’Alema, Bersani, Juncker, Draghi e Merkel abbiano i brividi nel pensare che il governo di fiducia italiano rischia di schiantarsi in un referendum dagli esiti molto incerti. Perdere quella partita significherebbe la rottura del Pd, la caduta del governo e un voto a inizio 2017 con scarse possibilità di interloquire con un partito europrono come il Pd attuale. Allora, la soluzione meno dolorosa imporrebbe un defenestramento di Renzi prima del referendum, in modo che gli italiani vadano al voto (per il No) senza patemi governativi. La soluzione sarebbe meno dolorosa per lo stesso Renzi.

Infatti sarebbe triste interrompere una carriera politica ad appena 42 anni, dopo essere stato Presidente del Consiglio. Se una “manovra di Palazzo”, identica a quella da lui compiuta ai danni di Enrico Letta, fosse realizzata prima del voto, Renzi potrebbe gestire anche il suo futuro e non avrebbe intitolata la sconfitta referendaria. Potrebbe insomma sopravvivere a se stesso.

Allo stesso modo il nuovo governo, magari dalemone, non avrebbe il peso del risultato di ottobre e potrebbe applicare le nuove punture di austerità previste per il 2017 in una atmosfera da cupio dissolvi – l’eterno dopo di noi il diluvio con la quale si pratica la politica italiana ed europea, e non solo. Si rimanderebbe il tiro del nodo al 2018, si gestirebbe un altro poco di tempo per estendere la colonizzazione italiana prima del definitivo Armageddon.

Se così non sarà, i mesi precedenti al Natale 2016 rischiano di essere così confusi e convulsi da aprire indecifrabili scenari politici. Un rischio troppo grande per chi gestisce i fili del potere, un rischio eccessivo persino per Renzi, ma non per il defunto – o mai nato – Renzismo.

 

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