SAN BENEDETTO DEL TRONTO – A quasi 81 anni Lando Buzzanca continua a girare film. L’ultimo, in ordine di tempo, potrebbe partecipare alla prossima Mostra di Venezia: “Si intitola Chi salverà le rose, per la regia di Cesare Furesi”, dice l’attore siciliano.

Cinema, televisione, teatro. Più di mezzo secolo di carriera, partita con una comparsata nel kolossal “Ben Hur” e seguita con l’esordio ufficiale sul grande schermo nel 1961 in “Divorzio all’italiana”, grazie a Pietro Germi che lo scelse per il ruolo di Rosario Mulè. Oggi Buzzanca raccoglie i frutti di tanto lavoro, ritirando premi in tutta Italia, da nord a sud.

A San Benedetto lo ha spinto la passione politica. Ospite della delegazione di Fratelli d’Italia, Buzzanca ha abbracciato fan di tutte le generazioni: “Ho ricevuto un’accoglienza straordinaria ed emozionante. Tutti hanno visto i miei film, hanno chiesto foto. Persino un bimbo di 6 anni mi ha riconosciuto. Alla mamma ha detto: è il falegname! Non gli veniva la parola restauratore, fiction che girai per Raiuno. Fu una bella esperienza, ho reso credibile un personaggio che nella realtà non può esistere, visto che riesce a vedere la sorte dei proprietari degli oggetti che tocca”.

A proposito di falegnami, nel 2002 avrebbe dovuto prendere parte al “Pinocchio” di Roberto Benigni nei panni di Mangiafuoco. La parte venne però assegnata a Franco Javarone, non senza polemiche. “Non avrei voluto farlo, ma Benigni aveva preso l’Oscar con il capolavoro de La vita è bella. Poteva essere una bella occasione; avevo accettato tutti i termini del contratto. L’unica cosa che chiesi fu quella di essere citato nei titoli di testa alla fine del cast con la dicitura ‘e con Lando Buzzanca’. Mi rispose di no e lo mandai a quel paese”.

Quanto l’ha penalizzata la sua appartenenza ideologica alla destra?
“Sono sempre stato di destra, dalla sinistra arrivavano continue calunnie, mi definivano attore di serie b. Mi hanno danneggiato, ma non me ne è mai fregato niente. La gente mi vuole bene”.

A quali partiti ha aderito?
“Per tredici anni ho fatto attività politica in Alleanza Nazionale con Fini. Mi voleva fare senatore. Scherzando gli chiesi quanto prendesse al mese un senatore. Mi rispose 18 milioni. Io 18 milioni li prendevo in una settimana!”.

Lo stereotipo del maschio italico e virile l’ha frenata?
“No, anzi mi ha dato fama. Però sai, c’era sempre qualcuno che rosicava. Ma la maggior parte del pubblico mi apprezzava. Ho fatto sei film con quel personaggio, venduti all’estero per 450 milioni, io ne incassai 180. Mi hanno dato l’opportunità di vivere meglio e di vivere bene tutt’oggi”.

Poi cosa cambiò?
“All’inizio degli anni ottanta emerse una commedia volgare, fatta di peti e parolacce. Mi offrirono la parte di Adamo in un film, al fianco di un’attrice bellissima di cui non faccio il nome che avrebbe fatto Eva. Avrei dovuto recitare con una foglia di fico davanti e dietro, declinai. Andai a teatro e mi feci proteggere da Shakespeare, ci rimasi dieci anni”.

Ha avuto tante partner femminili al suo fianco. La preferita?
“Non ne ho una preferita, tutte erano brave. Pure in teatro ebbi colleghe bellissime e bravissime, essendo il regista le sceglievo io. Quindi mi trovavo bene”.

Nel 2005 recitò in “Mio figlio”, dove affrontò il tema dell’omosessualità.
“Andai da Stefano Munafò, direttore di Rai Fiction dell’epoca. Volevo lavorare in Rai essendo nato in quell’azienda. Avevo un’idea, la proposi. Lui da uomo intelligente accettò e mi diede un produttore. La prima puntata fece il botto d’ascolti. Era una bella storia incentrata su un commissario che scopre l’omosessualità del figlio”.

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