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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Abbiamo intervistato il cantante Lorenzo Evangelisti (Ev) e il bassista Giovanni Merlini (Me), membri del gruppo musicale “La Fabbrica del Ghiaccio” che domenica 24 aprile presso il CineTeatro San Filippo Neri presenterà una speciale serata dedicata allo storico album dei Pink Floyd “The Wall”.  Alla scoperta di un gioiello che è diventato simbolo di una generazione, con il suo mosaico di significati, e portato sulla scena da un giovane gruppo con una ristretta ma fedele base di ascoltatori.

Qual è il tuo compito all’interno del gruppo e da cosa nasce questa passione?

Ev: “Sono il frontman del gruppo, e ho un compito abbastanza oneroso sul palco. Intrattenere il pubblico non è facile, soprattutto quando si interpretano brani oramai “fuori moda” o peggio, quando qualcosa va storto durante l’esibizione. All’inizio si trattava di semplice divertimento, ma continuando a metterci alla prova abbiamo acquisito esperienza e personalmente posso considerarmi molto soddisfatto”.

Me: “Sono il bassista della Fabbrica, ma mi occupo per questo progetto anche della realizzazione del mediometraggio che accompagnerà l’esibizione. Nella mia prima band mancava il basso elettrico, e me lo ritrovai tra le mani senza averci pensato troppo; ora ha monopolizzato il mio panorama musicale. La passione per il videomaking nasce in seno alla Fabbrica: il primo video che ho prodotto era una clip di pochi minuti in sala prove”.

“La Fabbrica del Ghiaccio”: da dove deriva questo nome e qual è il vostro genere di musica?

Ev: “Agli albori eravamo gli scapestrati “Nikpali Sex Tape”, omaggio a uno dei nostri due chitarristi. Maturando abbiamo deciso di scegliere un nome più adatto al lavoro serio che volevamo intraprendere, un nome che ci unificasse nella nostra comune esperienza musicale. Noi siamo gli operai di questa “Fabbrica del Ghiaccio” e il nostro intento è quello di portare una sventagliata fresca nell’ambiente progressive/rock italiano”.

Me: “La risposta è all’incrocio di via Luigi Dari e via Paolini a San Benedetto del Tronto, poco lontano da casa mia. Lì si trova una vecchia fabbrica del ghiaccio abbandonata che ha fornito l’ispirazione. Abbiamo adottato il suo nome e i colori della facciata, azzurrino e bianco panna. La nostra scaletta è sempre stata molto varia ma con una discreta predilezione per il rock progressive e le colonne sonore funky di certe opere degli anni 70′”.

Perché presentare “The Wall” dei Pink Floyd? Cosa rappresenta per te questo album e quali sensazioni ti trasmette?

Ev: “The Wall” è una delle opere Floydiane più originali e influenti nel mondo del Progressive Rock. È un percorso psicologico traumatico in cui molti musicisti possono riconoscersi. I Pink Floyd rappresentano uno dei maggiori pilastri del mio fondamento musicale e di quello degli altri membri della band. Ci vuole grande passione per realizzare questo spettacolo, e noi l’abbiamo”.

Me:
“Siamo tutti dei grandi fan dei Pink Floyd e questa ci era sembrata una buona occasione per portare in teatro uno spettacolo unitario, complesso e innovativo. I temi trattati dall’album del ’79 sono ancora tremendamente attuali; la spinta alla violenza e all’isolamento del protagonista sono sentimenti comunemente condivisibili e che anzi sembrano accentuarsi soprattutto in questi anni. Lavorare sopra i testi dell’album per renderlo più fruibile dal punto di vista narrativo ci ha portato a riflettere molto sul protagonista, Pink, e sulle sue vicende personali. “The Wall” è un album fatto di silenzi, di suoni, di frasi mozzate, di giochi di parole, di situazioni accennate, oggettivo in alcuni punti, onirico in altri; abbiamo cercato di attenerci a questa dualità durante le riprese per stravolgere il lavoro originale ma rimanere fedeli alla sua essenza”.

Altri gruppi musicali storici o recenti che ami particolarmente come i Pink Floyd?

Ev: “Seguo assiduamente vari compositori di musica elettronica di oggi. Tra i tanti, c’è chi fa un uso buono e a mio parere molto originale delle nuove tecnologie musicali. Cito i Radiohead, a cui sono molto affezionato, perché sono un emblema del passaggio alla nuova era semi-elettronica dell’Alternative Rock. I Pink Floyd rimangono comunque detentori di un fascino ineguagliabile e immortale”.

Me: “Solo Don Argott e il suo progetto “Pornosonic” sono da considerarsi all’altezza di “The Wall””.

Da quanto tempo state allestendo lo spettacolo? Come giudichereste la disponibilità da parte del Teatro San Filippo Neri?

Ev: “Abbiamo cominciato a lavorare a questo progretto a fine gennaio, mi pare. Eravamo entusiasti all’idea di realizzare un vero e proprio spettacolo e lo siamo tutt’ora. Avevamo contatti con l’associazione teatrale “Caleidoscopio”, che gestisce il teatro di San Filippo Neri. Alla proposta per una serata tutta nostra non ci siamo tirati indietro ed abbiamo costruito le basi di un’idea che ora sta sempre più concretizzandosi”.

Me: “Solo Subito dopo Natale abbiamo iniziato a pensare alla possibilità di portare in teatro “The Wall”. Il tutto si è concretizzato grazie al Teatro San Filippo Neri e ai ragazzi del Caleidoscopio che ci hanno anche lasciato girare alcune scene del mediometraggio nel teatro”.

Come definiresti la tua esperienza globale all’interno del gruppo, in vista di un prodotto finale così impegnativo?

Ev: “La formazione della band non è cambiata di una virgola da quando abbiamo iniziato a suonare insieme. Tutto è nato dall’amicizia che condividevo con Emanuele e Oliviero, rispettivamente batterista e chitarrista. Siamo riusciti ad unirci agli altri tre elementi e sin da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme ho sentito un grandissimo feeling con gli altri membri. Una sensazione che rimane tutt’ora, più forte e salda di prima”.

Me: “Io, uno dei due chitarristi, Riccardo, e il tastierista, Pierluigi, suonavamo insieme già da tempo con i “Cluster Bombs”. Poi Oliviero, con cui avevamo già suonato, ha agito da collante con gli altri membri della band: Emanuele, il batterista, e Lorenzo, il cantante e flautista. Ci siamo trovati in sintonia fin da subito. Ogni membro ha un suo soprannome e la sua “spassomobile,” fedele compagna di avventure sempre pronta a scarrozzare strumenti e casse a velocità folli per la Riviera: se passeggiando sentite in lontananza una macchina che trasmette Rock a 150 decibel, quelli potremmo essere noi”.

Qual è la vostra reazione di fronte all’invasione della musica commerciale? Che fine hanno fatto i successi del secolo passato?

Ev: “Purtroppo credo che il genere Pop da qualche anno abbia incominciato un processo di progressivo abbassamento di livello, esclusivamente a fini commerciali. Mi dispiace moltissimo, visto che tanti artisti validi sono soppiantati dalla pressione mediatica di altri, meno bravi. Forse per questo motivo oggi la massa non riesce ad apprezzare a pieno un lavoro musicale elaborato e pregno di significato. La musica del secolo scorso è un bellissimo ricordo di un ambiente artistico libero, ma ora è difficile opporsi a quella che viene pubblicizzata a livello globale”.

Me: “La buona musica rimane buona anche se nessuno la ascolta”.

Siete pronti per lo spettacolo? Avete altri progetti futuri oppure obiettivi da raggiungere?

Ev: “Un po’ di pressione psicologica pre-concerto si fa sempre sentire, ma siamo abituati. A spettacolo concluso valuteremo il da farsi. Attualmente è prevista una nuova tournèe estiva e inizieremo seriamente a scrivere testi originali”.

Me: “Lo spettacolo è pronto. Le riprese del mediometraggio sono terminate qualche giorno fa. Tre progetti futuri: un tour in Cecoslovacchia, una serata Funky e magari iniziare a comporre musica nostra”.

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