ASCOLI PICENO – Perché non mettere il dito nella piaga invece di incollarlo sulla tastiera? L’ultimo nostro prolungamento vitale.

Per noi temerari ecco un nuovo video chiaro ed esaustivo che ci riporta alla triste realtà. Virtuale ovviamente. La “realtà reale” è roba vecchia che al massimo arriva agli anni ’90. Mentre ai tempi di social e smartphone, l’amore è un account che viene dall’inferno.
FINE.

Uno scrittore americano con qualche “k” di troppo (alla moda, suo malgrado) si starà rivoltando nella tomba. Ma si consideri fortunato, almeno più di Padre Pio, visto che se fosse morto oggi troverebbe una serie di persone in fila per scattarsi selfie usandolo come sfondo.

Ai tempi d’oro, prima di social e smartphone, c’erano per esempio Cartesio e il dubbio iperbolico. Per Amleto il problema era “essere o non essere”. Leopardi chiedeva alla luna a cosa servisse la sua vita e quella del pastore. C’era chi moriva per la sua donna. Chi sfidava la famiglia. Quando andava male, scriveva decine di poesie dedicate per conquistarla.

Beatrice, Laura, Silvia e Giulietta – mantenutesi sane di mente grazie all’assenza delle social-diavolerie – non si sarebbero mai sognate di dare credito al pretendente tipo del nuovo millennio, che cerca di accalappiare la sua preda abbandonandosi all’estremo sforzo di inviare poke o commentare la foto del profilo con una faccina idiota, o peggio inviata a caso. Perché anche se ha 40, 50, 60 anni… lui ama giocare. Tutto ciò magari spaparanzato sul divano durante la pausa della partita o nel primo tempo morto della giornata in cui si ricorda che esisti. E in cui c’è la connessione. Sennò amen.

In pieno mediaevo, come lo chiama il sociologo Mario Morcellini, non c’è più nessuno disposto ad ammettere di avere auto e piedi. Figuriamoci un dito per suonare il campanello. Si va avanti a wi-fi.

Oggi che infatti decadenza e degrado sono la mission occulta (ma neanche tanto) della società, non stupisce che anche il pensiero sia degenerato (per non parlare delle azioni), tanto che le questioni vitali del XXI secolo sono diventate “che-sta-facendo-su-WhatsApp-alle-3-di-notte”, “perché-non-mette-mi-piace” e “chi-è-questo/a-nella-foto”.

Sempre e solo una risposta: NON SI SA. Di qui i problemi. E allora frecciatine, litigi, ripicche, ricatti, vendette, separazioni, divorzi. A colpi di link, di click e, col tempo, di tic. Stiamo bene? Freud non crede.

Proprio sui mutamenti dei sentimenti in rapporto con i nuovi media si è interrogato il laboratorio promosso dall’Associazione Radio Incredibile “L’amore ai tempi di social e smartphone – Lessico famigliare 3.0 tra educazione sentimentale, touchscreen, like e parteciperò”, tenutosi lo scorso autunno ad Ascoli Piceno (un altro più recente è tuttora in corso a Grottammare fino alla fine del mese).

Fa sorridere e riflettere, ma lascia un retrogusto amaro, l’interessante documentario che l’Associazione Blow Up ha realizzato insieme ai giovani e ai loro familiari. Tre le generazioni che vi hanno preso parte sotto la guida di Sandro Bocci, Fabrizio Leone e Sergio Vallorani, videomakers e docenti di cinema presso la stessa.

Non sappiamo il loro nome, il loro lavoro, né con certezza l’età. Ma sono aspetti trascurabili, perché quello che conta davvero sono i loro pensieri e le esperienze che raccontano sul tema, anche negli ottimi confronti proposti tra genitore/figlio e tra amici.

Possiamo identificarci con il ragazzino che ricorda le sue ex e quando era… più giovane. Oppure con l’anziano giovanotto che rimpiange il corteggiamento del passato, quando “si andava al sodo”, invece di trastullarsi con le stupidaggini di oggi. Oppure ancora con il signore che si accorge del nuovo look dell’amica, a differenza del partner distratto da altro.

Ma non vogliamo “spoilerare” troppo per non rovinare la sorpresa. Anche se tanto sorpresa non è, visto che in poco più di 30 minuti emerge chiara la foto di una società, proprio sotto i nostri occhi (ma chissà se la vediamo!), fagocitata da quella stessa tecnologia che avrebbe dovuto essere solo un mezzo e un “di più”. Mentre oggi è diventata il fine e il “quasi tutto”.

Teste chinate sugli schermi a digitare non-si-sa-cosa restituiscono lo scenario di una città, nei fatti, spettrale. Dove l’uomo è più vicino ad un’ombra che ad un essere vivente. Dove se suona il telefono o arriva una notifica, ecco che tutto si paralizza ed il destinatario – in barba all’amico in carne ed ossa con cui sta parlando o cenando – comincia a frugare impazzito nella borsa, nella giacca, nella tasca, quasi a disinnescare un ordigno nucleare del ’15-’18.

“La situazione degenererà ancora”, sostiene con lungimiranza qualcuno di loro. “Si stava meglio quando si stava peggio” sembrerebbe la tesi emergente, ma sempreverde, a voler sommare tutti i piccoli spunti e conclusioni che questi giovani, adulti e anziani ci offrono.

E non stentiamo a crederlo.

Ai tempi di social e smartphone, mani, testa e cuore hanno ceduto il passo allo schermo. Ne sono diventati accessori o poco più, tanto che oggi non possiamo far altro che berci il cervello e torturarci per quella mail, quel messaggio, quella richiesta di amicizia. Che arriva o non arriva. Dimenticando che sono solo un insieme di dati, virtuali. Non persone. Tutte prese ad inseguire fantasmi e miraggi: sentimenti senza forma, privi di peso specifico, modellati su una società sempre più dematerializzata.

Ma c’è ancora qualcuno a cui importi qualcosa della realtà?

Oppure come Bukowski, possiamo scolarci un’altra lattina di birra e aspettare che cada l’atomica (neanche tanto, dato il clima internazionale). Seguita dall’immancabile selfie di gruppo post-nucleare con 666 hashtag per celebrare l’apocalisse.

Che intanto avanza indisturbata. Con notifiche, trilli e suonerie al posto delle trombe.

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