Parlare di sè e della propria storia, riflettere sulle radici e le cause di alcuni comportamenti collettivi e fenomeni diffusi non è mai semplice.

Farlo ci costringe a confrontarci con il legame affettivo che abbiamo con le nostre origini; legame che ci porta spesso a non essere lucidi nell’analizzare i fatti, e ci rende inclini a manipolare alcuni aspetti dei fatti ritenuti controversi. Da bambini, per incoraggiare la nostra spontaneità, le maestre ci chiedevano di tradurre con dei disegni i nostri pensieri. Grazie al disegno, infatti, i bambini esprimono benessere o disagio molto meglio che con qualsiasi parola scritta, perché alcuni risvolti simbolici delle immagini sono nascosti dietro dettagli tracciati in modo inconsapevole, e quindi più fedele al loro vissuto. Da grandi, quando diventiamo più esperti e più scaltri, le immagini che usiamo per parlare di cose difficili sono molto più complesse, ma non per questo meno utili a farci rimanere fedeli a noi stessi. Per questo è importante spronare chi sa farlo ad usarle, ed educare gli altri a leggerle. Vedere e ascoltare la voce ferma di un insegnante di colore che, guardando dritto in camera, e con evidente emozione definisce i propri concittadini che lo isolano ‘persone da educare’ e non ‘razzisti’, non può dirci molto più di mille articoli di giornali che parlano di immigrazione?

Tema oggi, per tristi motivi, molto dibattuto, il fenomeno della migrazione in Italia è proprio uno di quei fenomeni per cui è difficile rimanere neutrali quando lo si espone. Usare le immagini, dare loro un andamento narrativo, proprio per i motivi citati, è uno dei pochi modi che abbiamo per andare oltre il pregiudizio predisponendo un punto di vista diverso dall’abitudinario.
“Andata e ritorno. Storie di emigrazione sambenedettese” e “Stiamo bene insieme” sono due documentari nati per esplorare il tema contemporaneamente da due angolazioni diverse: la partenza dei sambenedettesi verso nuovi paesi e le problematiche dell’integrazione all’estero e l’arrivo di stranieri a San Benedetto del Tronto in cerca di accoglienza e integrazione. Due facce della stessa medaglia, spesso usate, però, con pesi e misure diversi. I documentari sono il frutto di un lavoro didattico e di ricerca di un percorso laboratoriale. Un’operazione culturale promossa dal regista Luigi Maria Perotti e il filmmaker Stefano Corona, che ha coinvolto circa 20 ragazzi desiderosi di esplorare la realtà con gli occhi del documentarista. Nei lavori, presto disponibili on line, la passione sprigionata dall’energia del mare come luogo di confine aperto e la voglia di creare una narrativa a disposizione dei propri concittadini si registra in modo evidente. Sì, perché San Benedetto del Tronto non è la città in cui sono nata, ma ai suoi abitanti ho sempre invidiato il loro amore per il proprio territorio; un amore che raramente ho visto in conoscenti nati in luoghi distanti dal mare.

Dopo la proiezione dei video, il pubblico, composto da persone di ogni età e provenienza culturale, era evidentemente scosso e aperto alla riflessione. Un modello che dovrebbe essere seriamente esportato, per preparare ognuno di noi a vivere in una futura Italia diversa; un’Italia i cui cambiamenti sono spesso sottovalutati. Con conseguenze imbarazzanti.

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