GROTTAMMARE – Le due sentenze del Tar, che dopo quasi 20 anni hanno dato ragione al Comune sul Prg del 1997, sono senza dubbio l’argomento caldo della settimana grottammarese.

Dopo la soddisfazione del sindaco Enrico Piergallini e di quello di allora, Massimo Rossi, raccogliamo le riflessioni a riguardo dell’ingegner Dante Fabbioni, particolarmente significative visto che quel piano l’ha redatto proprio lui.

Fabbioni, tutt’oggi un professionista attivo di primo livello e titolare dello studio Fabbioni & Partners, non nasconde parimenti la sua soddisfazione per questo importante, sebbene tardivo, risultato. A suo avviso dalla portata ben più ampia dei confini comunali, e potremmo dire inatteso, in questi tempi asserviti al libero mercato e al profitto, verso cui è critico.

“La sentenza del Tar sul Prg del 1997 – osserva – ancorché arrivata a tanta distanza di tempo, mi pare di valenza storica non solo per Grottammare, quanto per l’intero Paese. Il Giudice amministrativo ribadisce infine la prevalenza, nella gestione del territorio, dell’interesse collettivo su quello privato. Questa asserzione è di grande rilevanza in un periodo di ultra-liberismo, in cui sembra che niente abbia valore se non le dinamiche del libero mercato, della finanza e, nello specifico, della rendita immobiliare. Il Giudice afferma invece che sono pienamente legittime le scelte della Pubblica Amministrazione, orientate verso la tutela del territorio e la prevalenza degli interessi diffusi di tutta la comunità locale, purché basate su valutazioni coerenti, eque, trasparenti ed opportunamente motivate”.

Come l’ex sindaco Rossi, anche l’ingegnere ricorda le difficoltà nel remare contro la visione e gli interessi dominanti di allora, per portare avanti un piano così rivoluzionario.

“Al tempo della sua redazione – spiega – non fu facile far prevalere questa impostazione contro interessi immobiliari molto forti, con tanta parte della politica locale a sostenerli. È doveroso ricordare che quel piano, innovativo sotto il profilo disciplinare e denso di scelte controcorrente, è stato possibile solo per la forza di un grande Sindaco come Massimo Rossi e del suo assessore Pizza, i quali ne condivisero pienamente l’impostazione”.

Fabbioni si rammarica che sebbene allora fosse stata aperta una strada proficua (per la progettualità e vivibilità futura della città), questa sia stata quasi subito abbandonata. Ma sa guardare anche il bicchiere mezzo pieno nel considerare il lascito di quell’esperienza.

“Purtroppo ha avuto vita breve – aggiunge – infatti al di là dei proclami di rito e di convenienza, le successive amministrazioni hanno deciso di seguire strade differenti.
Ciò nonostante quella stagione ci lascia un’eredità positiva: la città ha smesso di disperdersi sul territorio; le colline sono state salvaguardate (ricordo solo l’annullamento della grande lottizzazione sul Collevalle – un milione di metri cubi – oggetto della recente sentenza e l’altra che avrebbe sfregiato il Colle delle Quaglie); l’annullamento di ogni previsione edificatoria intorno al centro storico ha permesso di salvare anche bellissimi brandelli di uliveto e di giardini d’aranci; a ciò si aggiungono la conservazione di tutte le ville liberty, il grande parco pubblico nell’ex area IP, una generale riqualificazione del lungomare e delle aree centrali, il percorso ciclopedonale verso Cupra, la difesa delle strutture turistiche, delle aree floro-vivaistiche ed altro ancora”.

Ma il percorso virtuoso brucia, perché interrotto. E qui Fabbioni è perentorio.

“Perché a quelle scelte di piano avrebbero dovuto seguirne altre nello stesso verso, già programmate, quali per esempio la riduzione delle densità edilizie nelle aree di recente urbanizzazione (le cosiddette zone di completamento). Ne è seguito che la pressione edificatoria si sia concentrata su queste aree che ne sono risultate eccessivamente dense. La città ha oggi un patrimonio edilizio troppo esteso. Un alloggio su tre è inutilizzato, ma nessuno se ne occupa”.

Nel 1952 Ernesto Rogers coniava lo slogan “Dal cucchiaio alla città” per la Carta di Atene, ripreso come epigrafe da Walter Gropius per definire il campo di appicazione dell’architetto.

Oggi che, a quanto pare, la città è sempre meno solita ad essere progettata con criterio, resterebbe solo il cucchiaio o poco più.

Ha ragione Massimo Rossi – conclude Fabbioni – quando lamenta che i temi della gestione del territorio e della città sono usciti dall’agenda politica. A livello professionale ne è una conseguenza il fatto che da tempo non lavoriamo più su di essi; ci occupiamo, con successo, di altro. È di ieri la notizia che abbiamo vinto un concorso internazionale di progettazione architettonica per un nuovo polo scolastico in provincia di Pisa. Di recente la Commissione Europea, alla quale sono giunti da tutta Europa circa 300 progetti di ricerca e sviluppo industriale, ne ha approvati 14, di cui uno è il nostro”.

Due buone notizie certo, che rendono onore anche alla Città dove ha sede lo studio, ma che fanno emergere nel caso specifico (ma esemplare) una sentenza più pesante di quella del Tar. E cioè che nei fatti “gestione del territorio e delle città” oggi sono solo parole – per via di scelte politiche ed altri fattori – in conseguenza uscite dall’agenda dell’architettura.

Ammesso che esista una tale agenda, che lavori per la qualità (del progetto, del territorio, di vita delle persone), e che sia indipendente, sganciata da interessi politici e dalle logiche del marketing e della pubblicità. Pura utopia.

E tutto questo, onde evitare di ritrovarci un giorno, forse neanche tanto lontano, un nuovo Piano (Renzo?) magari firmato dal nome altisonante di turno – da Tschumi a Hadid – che consuma suolo fertile, cementifica il territorio, produce costi di gestione insostenibili e non rispetta i vincoli ambientali. Perché sarebbe ritenuto comunque meglio della sua assenza e a vantaggio di un “qualche cosa”. Che in genere colpisce emotivamente le persone, dal turismo all’occupazione, e viene spesso tirato in ballo col nobile fine di tutelare l’interesse pubblico mentre deve solo mascherare quello privato grazie ad argomentazioni convincenti. L’Italia insegna.

Forse abbiamo scordato che parimenti una città ben organizzata ed un territorio correttamente gestito producono per esempio turismo e occupazione. Anche solo perché la gente ci vive bene, è felice di andarci e sono sostenibili nel futuro.

Mentre recuperiamo la memoria, meglio guardare il bicchiere mezzo pieno. O mezzo vuoto. Perché dopo venti anni Fabbioni ha ragione e oggi è “profeta in patria”. Anche in provincia.

Però di Pisa.

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