SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Vorrei anch’io parlare delle Primarie di San Benedetto ma, di fatto, prendendo spunto dalla vittoria di Perazzoli, evitare di concentrarsi sui risultati sambenedettesi e cercare di lanciare una freccia un po’ più lontano. Nella speranza che il vincente della contesa sambenedettese, diversamente dal sindaco in carica che per tanti motivi gli è diventato rivale, sia persona intellettualmente interessata ai diversamente opinionisti o, al peggio dal suo punto di vista, ai diversamente provocatori. Cosa che non corrisponde a realtà per quanto segue anche se molti avranno via facile a liquidare così lo scrivente per evitare la riflessione necessaria.

Dicevo che le Primarie del Pd 2016 di San Benedetto potrebbero essere un unicum o un evento abbastanza raro nell’evoluzione del Pd nazionale e nelle sue diramazioni cittadine. Il punto è che a San Benedetto non era in scena la mera scelta del candidato, il che avrebbe richiamato alle urne i simpatizzanti del Pd e un po’ di extra.

A San Benedetto si è votato per cancellare dieci anni di sofferenza (targata Pd, sempre, bisogna ricordarlo) con il sindaco Giovanni Gaspari. Il quale non può essere l’unico responsabile, come vorrebbero lasciare intendere taluni pronti ad abbandonare la barca già da tempo appena galleggiante, ma sicuramente è il principale artefice dell’azzeramento del dibattito politico interno alla maggioranza (per discutere, infatti, l’hanno dovuto abbandonare, vedasi Marco Curzi, Loredana Emili e Sergio Pezzuoli) e fra cittadini e maggioranza e fuori da essa.

Bisogna ragionare su quel che sono oggi le primarie. Isolando il “caso” sambenedettese. Perché l’idolatria “democratica” che si nasconde dietro al voto delle primarie non consente di capire, sotto la logica e giustamente esaltata partecipazione – che è sempre un bene – come la funzionalità delle primarie, così come sono state “importate” in Italia, è quella della distruzione dei partiti e della militanza politica nei partiti.

Paolo Perazzoli dovrebbe comprenderlo. Da giovane era un militante del Partito Comunista Italiano e sa sicuramente meglio di me cosa significa partecipare a riunioni, discutere sulla “linea”, trascorrere pomeriggi e serate a distribuire volantini. Sa qual è l’impegno di chi fa politica in maniera militante (anche oggi accade così, sia pure a ranghi sempre più ristretti).

Perché dover sacrificare tanto tempo e denaro da dedicare a spritz e movida, se poi basta trovare un leader vincente e mesi o anni di studi e analisi vanno a farsi benedire? Perché un ragazzo dovrebbe trascorrere il tempo a studiare, anche se non ci sono più le Frattocchie e nemmeno la Dc, a capire come evolve il mondo, a trovare soluzioni che cambiano nel giro di pochi anni, dalla propria città all’Italia, quando tutto ciò è individualmente utile ma socialmente inutile al fine dell’influenza della “linea”, ovvero i rapporti di potere dentro un partito (figuriamoci fuori)?

Gli effetti sono evidenti già dentro l’attuale Pd. A livello di marketing si professa di “sinistra” poi approva il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Chiama milioni di lavoratori a difesa dell’articolo 18 poi approva il Jobs Act. Dipinge Berlusconi come il Male poi ci governa per cinque anni assieme fino a scriverci insieme la de-forma costituzionale. E via dicendo. Difficile trovare qualcuno che sappia giustificare una scelta piuttosto che un’altra. Il dissenso si è annientato. Chi vince decide, ha ragione, perché evidentemente sa come prendere i voti. Punto.

Perché se si accetta il concetto che alle primarie il militante convinto vale come l’attivista di Casapound, il tutto in una contesa leaderistica senza condivisione dei contenuti (perché non sarebbe possibile, a questo punto, accettare tutto e il suo contrario e restare sempre al governo come se nulla fosse), allora il Partito non diventa “liquido”, ma semplicemente “gassoso”. Anzi peggio: persistono strutture sempre più deboli atte soltanto a trasmettere il potere al cui interno non c’è nulla.

Le primarie sono diventate, nel modello italiano, una grandissima occasione di marketing politico, che consente di anticipare di mesi la campagna elettorale e risolvere le discussioni e analisi interne ai partiti (non sempre limpide, certo) attraverso una giocosa consultazione nella quale l’elemento politico è una frazione minoritaria quando non assente rispetto ad altri aspetti comunicativi.

Sono per questo motivo, il marketing ovvero la comunicazione, oggi, irrinunciabili e infatti sono scimmiottate, più o meno bene, anche dagli avversari. Certamente sarebbero più apprezzabili, persino nella deteriore forma anti-politica sopra descritta, se le primarie rappresentassero uno dei tanti passaggi di partecipazione attiva della cittadinanza.

Va però ribadito, per amore del nostro Paese e delle future generazioni, che la salvezza dalla decadenza a cui stiamo assistendo passa attraverso lo studio, il confronto, l’analisi che erano proprie dei partiti costituzionali del dopoguerra, pur con le loro rigidità. Le famose “classi dirigenti” si formavano in questo modo, mentre ora, complici anche le primarie, l’unico elemento formativo di base è la capacità di attrarre voti indipendentemente dal fine a cui il consenso verrà utilizzato.

Per vent’anni abbiamo avuto almeno una selezione naturale dovuta alle capacità di gestione degli enti locali, ma oggi, coi tagli di bilancio (tutti approvati dal Pd, attenzione) che si registrano, essere un amministratore, al di là delle sfumature, significa essenzialmente diventare gestori per conto dello Stato centrale (ovvero Bruxelles, ma guai a dirlo).

In sintesi, non si trova alcuna forma associativa che determini la propria linea e il proprio presidente attraverso un voto aperto anche ai non iscritti. Se Legambiente accettasse il voto del nuclearista Chicco Testa oil consiglio direttivo di Emergency aprisse al contributo dell’Associazione Nazionale Munizioni e Armi Sportive e Civili, sorrideremmo e penseremmo ad una società impazzita.

Gli esempi servano per farci riflettere.

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