Ringraziamo Alceo Lucidi per il contributo e l’intervista realizzata.

L’incontro con Gabriele Brancatelli ci rivela la figura di un attento collezionista di film proveniente dall’ambiente culturale della Milano degli anni Sessanta e Settanta, città dove è nato. L’interesse per il cinema, stratificatosi nel tempo, lo coltiva sin dalla più tenera età.

Una volta giunto a San Benedetto del Tronto, poi, questa inguaribile passione si è tramutata in una vera e propria attività commerciale, attraverso la gestione di una nota videoteca cittadina, la “Night and Day”.

Ad ogni modo, le sue attenzioni si sono riversate anche sul teatro ed il cabaret, con amicizie che vanno da Gianni Magni a Lino Patruno, da Felice Andreasi a Cochi e Renato.

Su quali presupposti si basa la tua passione cinematografica e quali sono stati gli autori, o gli eventi, di riferimento che hanno innescato tale “innamoramento”?

“Va detto che il cinema me lo sono ritrovato a casa, perché abitandoci sopra, sin da piccolo, andavo con i miei a vedere i film in proiezione. Divenne un’abitudine quasi automatica e grazie alla quale cominciai a passare in rassegna, assieme a mio fratello, alcune delle numerose sale del territorio milanese. Ricordo le prime rassegne, che vertevano sulle filmografie di grandi registi: Kurosawa, Fellini, Bergman. Attraverso queste sale, che proponevano il repertorio di registi impegnati, trovai il tipo di cinema che preferivo. Proprio in quel periodo – gli anni Sessanta – nasceva la cinematografia d’essai con pellicole di grande spessore artistico ed educativo. Quelle spinte iniziali determinarono un clima nel quale, in maniera del tutto naturale, rimasi coinvolto e che risultava da una certa sensibilità verso la cultura in generale”.

Infatti il cinema non era l’unica fonte di attrazione. Ben presto, passasti ad interessarti di cabaret, del quale sei stato un assiduo frequentatore. Di che tipo di spettacoli si trattava?

“Anche nel cabaret sono finito quasi per caso, ad essere sincero. Lavoravo nei pressi di un palazzo in cui sorgeva una piccola cantina, un seminterrato alla maniera delle caves parigine. Era il “Cab 64”. Anche se il locale durò poco – tre anni all’incirca – ebbi l’occasione di conoscere un gruppo interessante di attori: Tinin e Veglia Mantegazza, dei marionettisti, Felice Andreasi, un pittore ed attore torinese, Cochi e Renato e Lino Toffolo, il comico scanzonato da molti conosciuto successivamente attraverso la televisione. Arrivò poi il “Derby”. L’ho incontrato sulla mia strada nel 1968 ed è da lì che ho continuato la mia “rivoluzione culturale”. Ricordo bene che, all’uscita, assieme a tutti i partecipanti, si andava a mangiare, a notte fonda, al “Capolinea”, dall’altra parte della città, nato per iniziativa di un grande batterista jazz: Gianni Vanni. A quei tempi, attorno alla vita notturna degli artisti che lavoravano nei cabaret e nei teatri, andava costituendosi una rete parallela di locali dove fermarsi e restare sino al mattino, magari continuando a fare spettacolo. Come alternativa al “Derby”, fondato da un ristoratore bolognese, un certo Bongiovanni, c’era il “Refettorio”, dove finivano gli attori “minori”. L’intuizione dell’impresario del “Derby” fu quella di unire all’intrattenimento musicale degli inizi, jazz per la maggior parte, un nuovo tipo di repertorio, basato su brevi sketch e lasciato all’inventiva e la libera improvvisazione degli artisti. Il cabaret, in effetti, si risolse sostanzialmente in un modo diverso di fare e vivere il teatro. Ne divenne una variante, se vogliamo, anche se viaggiava su binari differenti. Nel suo laboratorio si dissacravano i comportamenti più retrivi del vivere comune, attraverso i meccanismi dell’impertinente parodia e del sottile senso del paradosso”.

Il cabaret ebbe forse il merito di mettere assieme espressioni artistiche che in altri ambienti culturali, più istituzionali e tradizionalisti, avrebbero necessariamente cozzato. L’improvvisazione, anzi, divenne ben presto una delle parole d’ordine. Come erano organizzati i cabaret?

“Vero, l’improvvisazione era a fondamento di tutto. Voglio dire che non appariva necessariamente evidente il bisogno di un ordine prefissato nelle scalette, essendo piuttosto disinvolto lo svolgimento degli spettacoli. Uno sketch poteva anche originare da una battuta arrivata dal pubblico, presa come spunto e poi rielaborata dai vari attori di turno. Tutto stava nell’arguzia e nella finesse d’esprit di chi, divertendosi, teneva la scena e sapeva, quindi, accogliere adeguatamente il guizzo ironico”.

All’arrivo a San Benedetto del Tronto, hai continuato ad occuparti di cinema e promozione culturale, pur se in un ambiente completamente diverso. Come detto, hai aperto una videoteca, anche se è solo con la gestione della mediateca – attualmente da te diretta presso la biblioteca civica di Grottammare – che l’iniziale desiderio di estendere il campo d’azione e la portata del tua collezione di film – con oltre 20 mila titoli – ha cominciato a sostanziarsi. Quali sono le tue prossime mosse per continuare a far crescere il materiale a tua disposizione?

“Quando mi sono stabilito definitivamente nelle Marche, avendo sempre mantenuto la passione per il cinema come collezionista, decisi, assieme alla famiglia, di aprire una videoteca. Il discorso transitava, insomma, dall’iniziativa personale ad una fruizione pubblica. Pur mantenendo ben distinte le scelte programmatiche dalla quale traeva la propria forza, la collezione finì per commercializzarsi e rendersi più adatta ai gusti di un pubblico a cui piacevano sempre meno i generi impegnati. D’altronde, anche i dati nazionali, sono lì, impietosamente, a rammentarcelo. Allargando il discorso anche al teatro e alla televisione, mi accorgo della stessa degradazione del gusto e constato un generale scadere dei contenuti. La mediateca è una diretta filiazione culturale della videoteca e, parallelamente, un adeguamento ai più recenti sviluppi del mercato. A Grottammare ho trovato un terreno adatto, fatto di amministratori avveduti, per potere continuare la selezione di tutto ciò che il cosiddetto home video proponeva, valorizzandolo”.

Oggi come vedi l’industria culturale?

“Vedo pochi spiragli ad una crisi generale. Per quanto mi riguarda, il mio vorrebbe essere un lavoro di sensibilizzazione verso una maggiore conoscenza del “fatto” cinematografico, nelle sue svariate implicazioni, che, per realizzarsi, richiede necessariamente una “cura” durevole spostata sul lungo periodo, pur conscio di dover rispondere alle logiche dei tempi e alle mutevoli necessità della clientela. Oggi ringrazio i produttori di home video, che mi danno la possibilità, da un lato, di ricordare la mia giovinezza e, dall’altro, di attingere ad un repertorio di qualità”.

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