Mi ero recato all’incontro organizzato all’hotel Progresso di San Benedetto lunedì 8 febbraio per intervistare il deputato Alfredo D’Attorre, il quale sta girando l’Italia nell’ambito di una serie di iniziative nazionali per la presentazione dell’evento “Cosmopolitica”, che si svolgerà dal 19 al 21 febbraio a Roma per la nascita di un nuovo partito della “Sinistra Italiana”. D’Attorre, fuoriuscito dal Pd, e a mio umile avviso tra le voci più sincere (e lungimiranti) dell’attuale Parlamento; l’unico dal quale ho letto espressioni come “sovranismo democratico“, “patriottismo costituzionale“, “Costituzione da sovraordinare rispetto ai Trattati Europei“, “noi siamo keynesianie anti-liberisti” e via dicendo. Purtroppo un malanno di stagione gli ha impedito di partecipare.

Ad ogni modo l’appuntamento è stato molto interessante, consentendo anche di valutare gli umori di quella parte di “sinistra”, di provincia o meno, che oscilla da Sel ad ex socialisti a ex Pd o quasi. Un rito di autoanalisi alla vigilia di un appuntamento per molti versi decisivo, nel bene o nel male.

Presenti tra i relatoti, oltre al segretario provinciale di Sel Giorgio Mancini, i parlamentari Lara Ricciatti, marchigiana, Michele Piras, sardo, e Maria Pia Pizzolante, pugliese, tra le principali organizzatrici di “Cosmopolitica”.

Molti gli interventi interessanti dei presenti, e anche io a quel punto non ho potuto fare a meno di porre degli elementi di riflessione. La molla è arrivata quanto un ex militante del Pci ha sollevato il classico tormentone neoconservatore, “abbiamo un problema di oltre duemila miliardi di debito pubblico, possiamo fare poco”.

Non è attuabile oggi una politica sociale definibile di sinistra alla quale vi richiamate – ho detto – E’ vero, come qualcuno di voi ha accennato, che siete considerati inadatti a governare semplicemente perché i vincoli della moneta unica escludono la possibilità di politiche espansive. In parole semplici: una politica di pieno sviluppo, pieno welfare e piena occupazione, è impossibile con l’euro, i Trattati Europei, i vincoli esterni, il pareggio di bilancio. Se si accettano questi vincoli, non esiste possibilità di sinistra; se non li si accettano, si deve essere preparati ad andare ad uno scontro molto duro”.

Michele Piras, nella sua risposta conclusiva, è entrato anche nel merito delle mie considerazioni. Era la prima volta che ascoltavo il deputato di Sel, persona indubbiamente acuta nella ricostruzione sociologica, economica e politica dell’Italia di oggi e a confronto con i decenni passati. Proprio perché mi è sembrata persona intelligente e attenta, credo che alcuni punti della sua risposta possano essere sottoposti ad una analisi critica, anche perché mi sembrano dei punti di vista molto condivisi da parte di Sel; di fatto si è riproposto lo schema presentato nel 2013, alle elezioni in alleanza con il Pd di Bersani, unica tornata elettorale per il Parlamento in cui si è presentata Sinistra Ecologia e Libertà. E appunto, se si intende formare un nuovo partito, questo sarebbe giustificato da nuove idee da presentare ai cittadini. Stesso cuore, testa diversa, vestiti diversi. Cambiare solo l’abito non sarebbe serio. Probabilmente sarebbe inutile.

1.

Secondo Piras non è vero che i vincoli europei e l’euro come è stato pensato già negli anni ’70 impediscono alla “sinistra” di proporsi come forza di governo rispettabile. Tuttavia la mia affermazione non è una “provocazione”, come è stata definita: è la storia a confermarlo. Brevemente: Syriza in Grecia sta attuando le politiche della Troika contro le quali aveva preso i voti dei greci; Hollande in Francia, pur non rispettando alla virgola i vincoli, ha l’euro e viaggia con una disoccupazione che sfiora da anni l’11%; la Spd in Germania all’inizio degli anni 2000 ha approvato riforme del lavoro che “facevano lavorare di più guadagnando lo stesso” (Oscar Giannino); la potente Francia di Mitterrand cestinò due anni di governo socialista per approdare a “le rigueur” nel 1983, proprio per i limiti imposti da un sistema molto più leggero dell’attuale euro (lo S.M.E.).

In questi stessi giorni il presidente socialista del Portogallo Antonio Costa ha “dovuto correggere la bozza di legge di bilancio, troppo espansiva, presentata alla Commissione solo a fine gennaio”, con interessi sui decennali aumentati del 30% in poche settimane, segno evidente di un attacco speculativo al quale è esposto senza le protezioni di uno Stato sovrano. Parliamo dell’Italia: Napolitano ha impedito la vittoria elettorale della stessa Sel nel novembre 2011, chiamando invece il rappresentante eurocratico Mario Monti, con i voti del Pd; tutti i governi di centrosinistra dal 1992 in poi sono stati improntati al rigore dei conti (più tasse, meno spesa pubblica) e a politiche sociali regressive, citate anche da Piras, come il pacchetto Treu negli anni ’90, le riforme pensionistiche.

Potremmo continuare. Questa è storia. Fingere che tutto ciò non sia avvenuto sarebbe imperdonabile. Non può essere una “provocazione”: il primo valore che chiedono gli italiani, oggi, è la verità, e la verità bisogna dare.

2.

Piras parla di una politica di “redistribuzione”: una “spending review” ma for the people, aggiungiamo noi parafrasando il socialista inglese Jeremy Corbyn. Premessa: la scelta di come allocare le risorse è un elemento distintivo di un regime parlamentare democratico. L’obbligo sancito dai trattati di rispettare certi vincoli non ha alcuna relazione con la Costituzione del 1948 e priva il popolo sovrano (articolo 1) dello strumento cardine per sviluppare la propria idea di società.

La redistribuzione, dunque, è cosa buona e giusta sia da un punto di vista economico, sociale ed etico, ma il suo effetto anticiclico sulla crisi economica è più ridotto e alle volte è nullo o addirittura negativo, specialmente in un sistema monetario come l’euro dove i movimenti di capitale sono liberi mentre la moneta è vincolata ad una sorta di cambio super-fisso (senza politiche di riequilibri tra gli Stati che lo adoperano: un sistema iper-leghista a livello europeo). E non dimentichiamo come la Commissione Europea stia spingendo per aumentare la tassazione sui consumi (Iva al 24%?) e diminuirla sul lavoro, in modo da aumentare la propensione all’export.

Non ci sembra vincente sfidare Renzi, che ha spostato risorse tassando il risparmioper finanziare i famosi “80 euro”, sostenendo di essere più efficaci in quest’opera. Piras ha accennato ad esempio al taglio della spesa degli F35 (circa 12-14 miliardi) e altre questioni del genere. Iniziative che possono essere condivisibili o meno, già occupate dal M5S, ma che non intercettano l’ideale di un sistema che tenda verso la piena occupazione.

3.

Di fatto già negli ultimi anni sono già state introdotte delle patrimoniali, a partire dall’Imu che colpisce la ricchezza immobiliare per finire alla tassazione dei risparmi al 25% dal precedente 12,5%. Gli effetti sono stati anche in questo caso regressivi, come qualsiasi aumento delle imposte in una economia in depressione. Non si capisce perché presentarsi all’opinione pubblica con la volontà di apparire persecutori, anziché liberatori e generosi; come pensare che agendo così, e promettendolo con anticipo, arrivino nuovi elettori? La Spagna di cui si parla tanto ha realizzato deficit del 10%.

L’Italia deve esigere pari trattamento e impiegare i 120 miliardi garantiti dalla Bce per le politiche “redistributive” di cui in precedenza. Piras cita Modiano  il quale, oltre ad essere un neoliberista come ben sa Piras, parla di un prelievo forzoso del 10% del patrimonio sul 10% delle famiglie più ricche per un gettito di 113 miliardi. “Equivalgono a tre/quattro manovre finanziarie” spiega Piras. Vero. Sulla carta, però.

Ripetiamolo: non è possibile tecnicamente (né auspicabile) applicare qualcosa di simile. Primo: ci sarebbe una fuga di capitali devastante (perché siamo in Eurozona, capitali liberi, cambio bloccato; con la lira sovrana l’unico effetto sarebbe una svalutazione). Secondo: in una situazione di disoccupazione e sotto-occupazione del genere, le politiche redistributive si fanno “dando” a chi non ha, prima che togliere a chi ha che, sempre, avrà modo di scaricare sui più deboli i nuovi costi. Perché voler far peggio?

4.

Piras ha accennato anche alle questioni del recupero di fondi dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. Ci si potrebbe addentrare a lungo su questi temi, a livello tecnico. Sul fatto che i “120 miliardi di evasione” e i “150 miliardi di corruzione” siano dati aggredibili, su come le crisi economiche non dipendano dal livello di evasione e corruzione. Si confondono etica e macroeconomia, che sono insiemi non sempre sovrapponibili. Per ragioni di brevità, ci esenteremo da questa analisi. Utilizzeremo una metafora: la crisi economica che si misura, più che con dati del Pil, sulla quantità di disoccupazione e sotto-occupazione esistente e si sconfigge con politiche economiche moderne e realistiche e non con promesse di buona condotta, che in quanto tali hanno un loro grado di vaghezza e irrealizzabilità.

In conclusione, bisognerà capire se l’obiettivo finale da raggiungere è quello della piena occupazione e di avere un modello sociale sviluppato al meglio delle proprie possibilità, come da Costituzione Repubblicana, oppure una versione leggermente ammorbidita dell’austerità, mantenendo la rotta decisa da Bruxelles e Francoforte per 60 milioni di cittadini ex sovrani.

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