SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nieves Anula Alameda rivela sin da piccola un grande talento per il basket: “A sei anni ho iniziato a frequentare una scuola privata con strutture sportive molto all’avanguardia – dice l’ex giocatrice di pallacanestro – all’inizio facevo tanti sport, poi ho scelto il basket. Ero portata, quindi mi facevano giocare con le ragazze più grandi. Era come se fossi nata con la palla in mano”. E Nieves realizza effettivamente una carriera straordinaria, diventando una delle migliori guardie della serie A1 spagnola (dal 1988 al 2003) e di quella italiana (dal 2003 al 2005), dove nel 2004 fa bottino di premi con il Taranto, vincendo Scudetto, Coppa Italia e Supercoppa.

La guardia è il giocatore che ha il compito di aiutare il play, ma non porta palla, quindi è più libero e ha una capacità di attacco maggiore. E sono proprio le abilità al tiro a far sì che Nieves Anula Alameda sia stata la prima donna a partecipare – nel 2000 e nel 2001 – all’All-Star Game dell’ACB (Asociación de Clubes de Baloncesto), ossia una partita tra i migliori giocatori della serie A spagnola di pallacanestro. Si tratta di un evento che viene organizzato annualmente e durante il quale si tengono dei concorsi, tra cui il concorso da tre: ogni giocatore deve lanciare cinque palloni – di cui quattro standard e uno cosiddetto tricolore – da cinque posizioni diverse in un tempo massimo di 60 secondi. Nieves è stata anche membro della Nazionale spagnola di basket, con cui ha preso parte a: Europei 1995, Europei 1997 (quinto posto), Mondiali 1998 (quinto posto) ed Europei 2001, portatori della medaglia di bronzo. Tuttavia, lei e le sue compagne non sono mai riuscite a qualificarsi per le Olimpiadi: “Prima lo vivevo come un rimpianto, ora non più”. Dottoressa in scienze motorie e allenatrice di basket nazionale, Nieves Anula Alameda è riuscita a fare della sua passione il suo lavoro e svolge la professione di Osteopata a San Benedetto del Tronto.

Nieves, come sei arrivata in Italia?

“Nel 2003 volevo smettere di giocare a pallacanestro e ho firmato il contratto con il Taranto, cosicché nessuno insistesse più per farmi continuare. Ero infortunata in quel periodo, ma un mio amico mi ha rimessa a posto e ho deciso di finire la mia carriera in Italia. Successivamente mi sono trasferita a San Benedetto per essere vicina alla scuola di osteopatia di Pescara e perché c’era un’amica”.

Quali ragioni ti hanno spinto a smettere di giocare?       

“Ho iniziato a pensarci verso i trent’anni: volevo finire il dottorato di ricerca per avere la cattedra di scienza motorie e in generale volevo cambiare vita, fare tutte quelle cose che avevo sempre trascurato. Sentivo inoltre che stavo distruggendo il mio corpo e che dovevo averne più cura. Non mi divertivo più come prima. Ho smesso definitivamente nel 2005”.

Cosa ti ha lasciato lo sport?

“Sicuramente un ricco bagaglio di esperienze, perché mi ha permesso di vivere delle situazioni che altrimenti non avrei mai vissuto. Mi ha anche portata a percepire a pieno il mio corpo: a volte mi capitava addirittura di andare in trance durante le partite, tanto era stretto il rapporto tra fisico e mente. Per il resto, credo che gli insegnamenti e le lezioni di vita dello sport possano essere appresi anche per altre vie. L’unica differenza è che nello sport è tutto molto più intenso, perché non puoi nasconderti e le conseguenze delle tue decisioni sono maggiori”.

Qual è la situazione del basket femminile nella nostra zona e in generale in Italia?

“Al livello locale potrebbe essere sviluppato molto di più: se San Benedetto fosse in Spagna ci sarebbero diverse squadre sia maschili che femminili. Questa situazione si ripercuote sul piano nazionale ed è dovuta alla cultura dell’Italia, nella quale la pallavolo ha una maggiore importanza ed è più praticata. Penso comunque che bisognerebbe avvicinare i bambini allo sport già da piccoli, cosicché abbiano la possibilità di provare più discipline e godere di un’ampia scelta”.

Ora sei un’osteopata. In cosa consiste esattamente l’osteopatia?

“L’osteopatia nacque circa alla metà dell’Ottocento, quando un medico si accorse che la medicina del suo tempo era inefficace. Aveva manualità, così iniziò a mettere a posto lussazioni e arrivò alla consapevolezza che curando la struttura si può modificare la funzione, anche al livello cranico. L’osteopatia consiste dunque in un approccio manipolativo e può essere utilizzata per trattare qualsiasi cosa, perché elimina le disfunzioni e riporta la capacità del corpo di guarire. Per tutti questi motivi l’osteopatia trova applicazione nello sport. Se avessi avuto un osteopata mentre giocavo avrei evitato molti infortuni!”.

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