GROTTAMMARE – Mentre, poche ore prima, al Teatro della Scala di Milano talune spettatrici s’erano presentate con un tremendo abito verde con tanto di papillon in tono, al Container di Grottammare il Teatro degli Orrori è entrato nel palco con abiti tutti di un nero intransigente, impreziositi, nella figura nervosa di Pierpaolo Capovilla, da scarpe eleganti e una giacca mai dismessa, nonostante il gran correre. Ma l’abito non fa il monaco: diffidate della mise, è sempre lì il primo inganno degli attori e dei furfanti.

Due ore e un quarto di concerto per il Teatro degli Orrori nell’ottimo club grottammarese, stipato da circa 600 spettatori giunti da tutte le Marche e Abruzzo, e sono due ore e un quarto di pugni in faccia, sonori, testuali, visivi, intellettuali. Un blindato di puro rock 2015 che conferma il Teatro come una delle band più corrosive dell’intero Stivale, fin dalle prime note di “Disinteressati e indifferenti”, dove nel tritatutto della line up finisce la poltiglia dell’Orrido presente: “Ma che t’importa a te, che m’importa a me, che c’importa a noi, che c’importa!” inizia a urlare Capovilla.

Sarebbe riduttivo affibbiare i meriti del successo del Teatro al solo Capovilla, cantante e autore dei testi. Fatto sta che l’impatto strettamente musicale è coerente e incorruttibile pur se a volte massimalista, ma supporta passo passo l’eccezionale front man, morso da una frenesia eternamente insoddisfatta. Il ritmo violento a volte rischia la ripetitività, l’amplificazione è dilatata e i ritornelli cantabili scarseggiano almeno nei pezzi recenti, e non si capisce quanto ciò sia un difetto o una volontà di raccontare anche così la paranoia moderna.

Fatto è che nell’esibizione dal vivo il copione degli album cambia registro. Se il nome del gruppo è stato scelto per omaggiare il “teatro delle crudeltà” di Antonin Artaud, l’intera esibizione è esattamente una tremenda recita teatrale, in cui il suono è studiato per supportare un Capovilla nelle vesti di feroce declamatore, attore che vortica senza sosta nell’inferno del palco e sputa versi a raffica, mai comprimendo la sua effervescenza fisica, la gestualità, lo sberleffo. E la sua teatralità qui ha diritto di esibirsi nella tridimensionalità mentre nelle registrazioni in studio fuoriesce soltanto come voce, perciò, a volte, s’adagia sulla ridondanza.

Per quanto il Teatro sia un gruppo che affronta i temi dell’attualità sociale e politica con sincera militanza, quella di una sinistra non si sa se ancora esistente o soltanto utopistica con tutto il peso di un’ideologia a rischio cascame, Capovilla colpisce al cuore soprattutto quando affronta i temi sentimentali, che sono, nella versione del Teatro, un lavaggio sporco nella solitudine, nell’isolamento, nel sesso come rapida medicina seguita da tremendi risvegli. Negli abbracci l’illusione lascia presto spazio al dolore, le amicizie compaiono brevemente soltanto in fondo a tonnellate di gelo. Sì è sempre soli, come recita il testo di Bellissima: “E come non accorgersi che, anche se viviamo insieme, siamo più soli che mai“.

 

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