Dal numero 1053 di Riviera Oggi, in edicola.

Insegui i tuoi sogni e agisci subito. Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento. Antimo Di Francesco deve aver visto “L’attimo fuggente” prima di decidersi a correre per la candidatura a sindaco.

Dall’attimo fuggente all’Antimo fuggente. Ma a voler essere sinceri, Di Francesco tutto ha fatto tranne che agire all’istante. Dei magnifici quattro targati Pd, il segretario provinciale è stato l’ultimo a convincersi, addirittura due mesi e mezzo dopo la discesa in campo di Margherita Sorge, che si mobilitò già a fine agosto.

A remare contro Di Francesco è proprio il tempo. Calcolato male, forse persino sottovalutato. Perché per il resto la sua candidatura ci sta tutta, anche in virtù del precedente più diretto, quello relativo al sindaco uscente.

Prima di presentarsi nel 2006, Giovanni Gaspari era già stato vicesindaco (nel Perazzoli bis) e segretario di Federazione. Identico percorso dell’ex assessore alle Finanze, a sua volta vice di Gaspari durante il primo mandato e, per l’appunto, coordinatore dei democrat nella provincia di Ascoli Piceno.

Logico quindi bussare alla porta del Municipio e pretendere una chance. Rispetto a nove anni fa, però, di differente c’è un aspetto a dir poco fondamentale. Gaspari fu infatti frutto di una scelta condivisa, la sintesi di una coalizione all’epoca composta da Ds, Margherita, Idv, Socialisti, Verdi e Rifondazione Comunista.

Il nemico, almeno in campagna elettorale, era all’esterno. Tutti remavano nella stessa direzione e gli sforzi si concentravano esclusivamente nella sfida lanciata al centrodestra.

Stavolta no. Stavolta è un’altra roba. Di Francesco si tuffa in una vasca piena di piranha, dove ognuno tenterà di rosicchiare voti e consensi agli altri, in una sorta di conflitto trasversale senza esclusione di colpi.

L’ex giocatore della Samb rischia più degli altri, per il semplice motivo che ha più da perdere degli altri. La poltrona di segretario provinciale del Pd, oltre che ambita, è pure un buon trampolino per altri lidi, magari romani.

Allora perché azzardare? Di Francesco ci crede davvero o è stato mal consigliato? Se si indaga all’interno del partito, la prima osservazione che si coglie è netta: “In cinque anni Antimo non si è sporcato le mani con le vicende sambenedettesi”. Analisi che può essere un pregio e al contempo un difetto.

Non essersi mescolato alle questioni ‘gaspariane’, tra condanne, epurazioni e complicazioni amministrative, aiuta a mantenere una verginità politica che altri non possono esibire, tuttavia il rovescio della medaglia è rappresentato dalla percezione di una scarsa aderenza al territorio.

Mobilitarsi anzitempo sarebbe stato consigliabile, doveroso. Di sicuro più destabilizzante di un ingresso nei minuti di recupero. In questo modo, Di Francesco è come il cinefilo che entra in sala per ultimo ed è costretto ad accontentarsi delle poltrone rimaste libere. Non il quadro migliore per disputare la partita più importante della vita.

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