SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dopo giorni di polemiche, arriva la presa di posizione del Comune di San Benedetto a proposito della mancata apertura dell’ufficio del Giudice di Pace ad Acquaviva.

“Pur apprezzando i gesti dei Comuni di Acquaviva e Monteprandone, va detto che l’allestimento di una sede giudiziaria comporta la necessità di adempiere a una serie di obblighi ben più ampi”, si difende l’assessore Luca Spadoni. “La vicenda non si può imputare alla presunta cattiva volontà dell’amministrazione comunale a meno che non si voglia fare solo sterile demagogia. La storia è legata alla complessità della struttura stessa e alla quantità di oneri che i Comuni interessati dovrebbero accollarsi. Compito particolarmente difficile in un periodo in cui gli enti locali, spesso non per scelte proprie, devono lottare per far quadrare i conti e mantenere inalterati il livello dei servizi erogati ai cittadini”.

Il mantenimento del servizio era stato promosso dai Comuni di Monteprandone, Monsapolo e Acquaviva. Lo scorso 14 ottobre si è svolto un incontro con i vertici del Tribunale di Ascoli Piceno.

Un ufficio del Giudice di Pace delle dimensioni di quello che comprende la giurisdizione fino a pochi mesi fa di competenza di San Benedetto, abbisogna di un organico di almeno 6 dipendenti, più i magistrati”, prosegue l’assessore. “Nel vecchio ufficio sambenedettese ne operavano 8, ma sei dipendenti, numero delle cause alla mano, rappresentano l’organico minimo per assicurare il funzionamento dell’ufficio. Per cui, anche ammettendo che San Benedetto fosse riuscita a trovare i due dipendenti da mandare ad Acquaviva, ciò sarebbe stato comunque insufficiente. Ma c’è di più: dopo che il Parlamento ha disposto la chiusura delle sedi periferiche dei Giudici di pace, ha dato facoltà agli enti locali di chiederne la riapertura ma chiarendo che a carico dello Stato sono solo i giudici e la formazione per il personale. Chiunque può comprendere che, per mettere in piedi un ufficio così complesso, è necessario farsi carico non solo del personale, il quale oltretutto dovrebbe essere reperito su base volontaria, ma anche delle utenze, delle pulizie, della custodia, di tutti gli oneri connessi alla gestione di una sede, compresi i sistemi informativi”.

Va però ricordato che il sindaco di Acquaviva Pierpaolo Rosetti aveva messo a disposizione il locale, situato in Via del Cavaliere, oltre a caricarsi sulle spalle le spese relative alle attrezzature, alle utenze e alla pulizia dell’immobile. Monteprandone avrebbe invece schierato due dipendenti, ovvero il 50% di quelli ipoteticamente necessari per portare avanti l’ufficio.

In tal senso, i difensori dell’operazione fanno sapere che non era stata ufficializzata una pianta organica definitiva. Pertanto, si sottolinea che con 4 o 5 dipendenti si sarebbero potuti garantire i turn-over e le ferie dei lavoratori. In merito invece ai magistrati coinvolti, questi non avrebbero gravato minimamente sulle finanze dei comuni interessati.

Rimane infine aperta la questione sull’atteggiamento adottato dall’amministrazione Gaspari, che lo scorso 26 giugno aveva mostrato il semaforo verde all’iniziativa. Successivamente, l’Unione dei Comuni – formata per l’appunto da Monsampolo, Acquaviva e Monteprandone – aveva spedito una comunicazione in Municipio per ottenere una risposta definitiva sulla sua partecipazione. La conferma non è mai arrivata, così da costringere i tre sindaci ad avanzare entro il 30 luglio l’istanza per la reintroduzione del Giudice di Pace presso il Ministero della Giustizia senza il parere favorevole dell’ente capofila.

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