SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe e considerato anni di proposte, soluzioni, progettualità anche notevoli affluite sulle varie scrivanie, a partire da quella del sindaco, e mai tradotte in realtà. Anzi spesso osteggiate nel nome di una concezione arcaica della cosa pubblica: tu sei dei miei/tu non sei dei miei; tu ti fai comprare/tu non ti vendi; tu mi porti voti spiccioli/tu mi chiedi uno sforzo dai risultati incerti.

Occorre invece un modello nuovo, essendo ben consapevoli, terra-terra, che gran parte dei votanti può agire su queste basi:

a) conosco il candidato e mi è simpatico;

b) mi hanno asfaltato la strada sotto casa e a me basta;

c) gli dico che lo voto così se vince magari mi torna qualcosa indietro.

Il modello necessario è un modello partecipativo nuovo, che non ha nulla a che vedere con l’assemblearismo sterile né con il finto “ve-faccio-sfogà-ma-tanto-è-tutto-deciso. Il modello si impone giocoforza a causa dell’enorme complessità di una città pur di medie dimensioni come San Benedetto, che pure ha una espansione naturale in un hinterland territorialmente cinque volte grande e con equivalente popolazione rispetto a quella sambenedettese.

Non più o non solo “il Comune vi mette al corrente” ma “il Comune vi chiede e vi coinvolge prima di decidere”.

Da sudditi a cittadini.

Non è possibile per un sindaco in solitaria comprendere la complessità urbana, impegnato come è stato l’ultimo tra tweet incomprensibili e ostilità a stampa libera e tanto altro. Non ce la fanno neanche gli assessori. Il consiglio comunale è utile ma è una camera di compensazione, con consiglieri di maggioranza che restano spesso nell’ombra e quelli di minoranza, se lavorano seriamente, che non possono seguire passo passo l’insieme della progettazione in atto.

L’intera macchina comunale anche al meglio dell’efficienza è composta da uffici che si danno obiettivi settoriali, e c’è quindi scarso dialogo tra loro.

Prima di capire la necessità di un nuovo modello e come poterlo realizzare, in un prossimo articolo a breve, bisogna avere ben precisa l’idea di come ha agito il modello “partecipativo” nell’ultimo ventennio, sotto i sindaci Perazzoli (1993-2001), Martinelli (2001-2005), Gaspari (2006-2015). Persino quando tutti gli attori coinvolti hanno mostrato la massima buona volontà, questo è stato lo schema base (sia in riunioni pubbliche che in incontri limitati con le parti sociali, economiche o culturali).

ORE 21,15 INIZIO ASSEMBLEA DA ORARIO UFFICIALE

ORE 21,25 INIZIO ASSEMBLEA EFFETTIVO: presentazioni e ragioni dell’incontro (parola al presidente del quartiere, ad esempio).

ORE 21,30 INIZIO DISCORSO RAPPRESENTANTE TECNICO: poniamo un dirigente dell’ufficio tecnico che spiega l’insieme di interventi pensati per il quartiere, con tanto di slide a forte impatto comunicativo per quanto ancora in fase “astratta”.

ORE 22,10 FINE INTERVENTO TECNICO

ORE 22,10 INIZIO INTERVENTO POLITICO Poniamo il sindaco che commenta quanto mostrato dal tecnico con svariati rimandi ad altri temi.

ORE 22,45 FINE INTERVENTO POLITICO

ORE 22,50 INIZIO DOMANDE DEI PRESENTI: prima domanda e prima risposta (tecnico o politico)

ORE 23,05 SECONDA DOMANDA

ORE 23,15 TERZA DOMANDA

ORE 23,25 QUARTA DOMANDA

ORE 23,35 IL SINDACO FA LE CONCLUSIONI

Notare questo: tutta l’attenzione è stata catturata dal tecnico e dal sindaco. Pochissimi tra i presenti sono riusciti a tradurre quanto ascoltato in concetti chiari. Le domande hanno consentito a sindaco e tecnico di esporre ancor meglio il proprio punto di vista. Se l’assemblea era poco ben disposta, le domande potrebbero essere ridotte ad una, o due al massimo, con un mormorio di fondo e una non comprensione di quanto emerso.

Il momento delle domande arriva quando la platea è già stremata e in molti hanno abbandonato le sedie. 

Il discorso conclusivo del politico è totalmente discrezionale: la sintesi è sua e pro domo sua.

Nulla di quanto detto viene scritto.

Il giorno seguente nessuno ricorda bene cosa si è detto.

Dopo un mese i primi interventi realizzati potrebbero neppure rispecchiare l’umore della serata, ma il politico si scherma riferendosi ad incontri partecipativi che, non essendo terminati con un conflitto spietato, allora sono serviti per rafforzare il progetto presentato.

L’aspetto essenziale è che la parola al “cittadino”, che è uditore, arriverà sempre in un momento in cui il pubblico presente manifesta stanchezza. Molti hanno già abbandonato la sedia. Minuto dopo minuto la presenza si riduce.

Vi è così una perdita di energie, di intelligenze e di opportunità che sarebbe la vera rivoluzione per San Benedetto. Non vi sono continuità o discontinuità, liste civiche dai nomi impresentabili, ammucchiate di partiti senza basi sociali cittadine, volti photoshoppati che tengano.

Riuscire a creare dei forum tematici (poi vedremo come) significherebbe depotenziare gli accordi sottobanco e far passare l’ente dalla pagina scritta da una sola mano ad un testo elaborato da una moltitudine di teste. Passare dalla carta stampata ad internet, e nel 2015 ce n’è bisogno.

Occorrerebbe un grande lavoro di coordinamento e di realismo, ma si darebbe davvero un patrimonio di civismo nuovo per la città. A presto per altri dettagli.

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