“Dove ci vediamo? In piazza”. Questa, credo sia una delle frasi più antiche che l’uomo abbia mai usato per trovarsi, d’altronde cosa facciamo quando visitiamo una città a noi sconosciuta, la prima cosa che si fa si cerca una piazza, punto di aggregazione sociale dove è più facile, almeno prima dell’avvento degli smartphone, reperire informazioni su dove mangiare, cosa vedere e via discorrendo.

A San Benedetto del Tronto è più facile sentirsi rispondere “quale piazza?”, perché negli ultimi anni sono nate piazze come funghi con tanto di tagli di nastro tricolore anche su opere incompiute come in via Mare, che da anni chiede il completamento della pavimentazione del marciapiede sud. Si fa diventare piazza di tutto: gli slarghi con le edicole (piazza Carru), gli ex mercati (piazze Andrea Pazienza, della Verdura), i parcheggi (piazze Sciocchetti, Chicago Heights, San Giovanni Battista) le rotatorie (piazze Setti Carraro, Giorgini) e quelle che non diventano piazze diventano piedistallo per monumenti, come quella ai caduti di Nassiriya o quella per il monumento a Salvo d’Acquisto.

Il dizionario di architettura di Pevsner, Fleming e Honour, alla voce piazza riporta: “Intervento urbanistico fondamentale, consistente nel tener libera da costruzioni una certa area. Gli impianti di piazza chiuse dell’antichità (agorà; foro; nell’Iran, maidan) si trovavano in posizione discosta rispetto alle vie di traffico principale”, solo in un secondo tempo in età tardo medioevale, si cominciava ad associarla all’incrocio di vie trafficate e marcate architettonicamente da edifici di rappresentanza.

Anche se le casistiche nel passare degli anni sono aumentate all’aumentare delle funzioni, gli aspetti fisici fondamentali di una piazza possono essere descritti sommariamente come uno spazio aperto cittadino, circondato da edifici in genere di valenza pubblica che è punto di ritrovo fra le persone di una comunità urbana: in essa si svolgono funzioni che interessano le persone che vivono in quel momento la città, mentre per quanto riguarda gli aspetti meno materiali può essere considerato il “luogo della memoria”, dove sono avvenute grandi avvenimenti (Tienanmen, Praga), piccoli fatti legati alla quotidianità del quartiere o della città dove si trovano, qui i saggi e i filosofi impartivano i loro insegnamenti, i giudici istruivano i loro processi e si effettuavano le pubbliche esecuzioni, ma erano anche sedi di mercati ed il cuore in cui pulsavano tutte le attività socio-economiche e culturali.

Col il passare del tempo però, il modo di pianificare la città e quindi anche i suoi elementi come appunto le piazze sono cambiati. L’urbanistica moderna ha seppellito da anni il concetto di zonizzazione (l’attività di zonizzazione è quella mediante la quale la pubblica amministrazione suddivide il proprio territorio comunale in zone alle quali viene riconosciuta o attribuita una determinata funzione con conseguente attribuzione di vincoli ed altri limiti da osservare per ciascuna zona).

In una intervista a Luigi Prestinenza Puglisi della rivista studentesca “124” in alcuni passaggi dice: “Una delle lezioni fondamentali dell’architettura contemporanea è, invece, che sono gli eventi a generare i luoghi e non viceversa” e ancora “Non esistono regole, solo dei criteri di larga massima. Dettati dall’esperienza, dall’osservazione. (…)  a volte certe cose si possono fare, altre volte bisogna prestare maggiore attenzione, altre volte non si possono proprio fare. Vi è infine un problema di manutenzione. Gli interventi più sono complessi più necessitano di manutenzione”… “Sarebbe, invece, interessante fare delle piante che evidenzino come le persone nelle varie ore del giorno determino dei flussi piuttosto che altri, come usino lo spazio in certi modi piuttosto che in altri…ne verrebbero fuori tante sorprese, molte più che dalle analisi storiche (…)”

Questa ultima affermazione di L.P.P. ebbi modo di esporla nell’articolo dal titolo “Ripensare San Benedetto: aprire Viale Buozzi e avere il “balcone” sul mare”, avere in maniera dettagliata non solo la “quantità” ma anche la “qualità” delle persone che frequentano uno spazio aiuterebbe anche a pianificare delle centralità urbane come le piazze.

Tutto ciò attualmente è sperimentato dall’architetto italiano Carlo F. Ratti al MIT (Massachusetts Institute of Technology), negli Stati Uniti d’America dove dirige il Senseable City, che si propone di indagare e prevedere come le tecnologie digitali stiano cambiando il modo di vivere e le loro implicazioni a scala urbana, ad esempio usando la rete cellulare per avere informazioni anonime sulle persone che passano o frequentano quei luoghi e poter capire come funziona la città e quindi dare soluzioni.

L’apporre una targa di marmo, tagliare un tricolore, installare un monumento non fa di uno “slargo” una piazza, ma lo determina una serie di circostanze che si “stratificano” nel tempo, come abbiamo visto. Nel Padiglione Barcellona di  Ludwig Mies van der Rohe ad esempio,  in fondo al piccolo specchio d’acqua è posizionata una statua in bronzo “Der Morgen” (il mattino) di Georg Kolbe. Lo specchio d’acqua serve a delimitare e a dare la giusta distanza di visione al visitatore del padiglione. I critici contemporanei definirono quell’angolo del padiglione, come un’oasi che invitava i visitatori dell’affollata esposizione ad una breve sosta. Per guardare alcune delle nostre devi stare attento a non farti investire dalle auto.

Il proliferare di “piazze e piazzette”, spesso molto vicine ad altri luoghi di aggregazione come ad esempio l’isola pedonale, non fa altro che creare confusione e svalutare il valore della piazza come luogo, con il risultato di avere una quantità di centralità urbane tutte concentrate in un piccolo spazio difficile anche da gestire e mantenere. Non ci troviamo in un videogioco di simulazione, dove basta creare una piazza o mettere un monumento per innalzare la qualità dell’intorno cittadino o la benevolenza dell’elettorato, anzi spesso “l’affollamento” di opere pubbliche soprattutto se fini a se stesse come monumenti e piazzette con targhe di marmo o ferro che sia, creano dei grossi problemi di reperimento fondi per la manutenzione, trasformandosi invece che in punti di aggregazione in punti di disgregazione e degrado.

Così in una logica urbanistica tutta al contrario, queste “piazze” diventano immediatamente parcheggi, punti di aggregazione sì, ma di auto, le vie diventano isole pedonali e le rotatorie monumenti, ma siamo in buona compagnia e con un ottimo maestro… il Colosseo è dal tempo delle carrozze che è diventato una rotatoria di lusso che solo noi italiani possiamo permetterci.

La progettazione di certe centralità e spazi pubblici va opportunamente calibrata sulla scala urbana o territoriale a seconda del’importanza dell’intervento, quindi meglio puntare su pochi spazi pubblici ma che siano ben studiati e soprattutto pianificati, come è evidenziato nel “Rapporto sulle città 2015” di Urban@it  che dice: “la città e una nuova politica urbana nazionale possono essere in Italia le risposte alla crisi economica e alla crisi ambientale. A due condizioni: da una parte si abbia il coraggio di rovesciare modelli urbanistici logori e mettere al centro delle nuove politiche paradigmi della crescita radicalmente innovativi … dall’altra si aprano gli occhi sulle richieste di politiche post-metropolitane che arrivano dai cittadini (per esempio nella mobilità o nella politica abitativa per italiani e immigrati) e che sempre più spesso sforano i confini amministrativi tradizionali per travalicare addirittura quelli della città metropolitana”.

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