Ho letto di recente due interessanti libri di autori piceni, “Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro“, di Lucilio Santoni e Alessandro Pertosa (Gwynplaine, 2015) e “Radio 102 – l’immaginazione al microfono, 1975-79“, di Gianfranco Galiè (Marte Edizioni, 2010). Libri che, profondamente diversi (saggio “dialogato” a quattro mani il primo, romanzo storico ma forse più docu-fiction il secondo), hanno comunque dei fili che li uniscono, e che cercherò poi di tracciare.

Devo iniziare da “Radio 102”, non fosse che l’ho letto ad anni di distanza dalla sua pubblicazione e perché avevo promesso all’autore una recensione dell’altra sua più recente fatica, “Ottocento“, poi mai realizzata per i troppi impegni. E devo iniziare da “Radio 102” perché la sua lettura è stata una piacevolissima sorpresa per chi, forse, si è avvicinato a questo libro (da un anno depositato sugli scaffali di casa) con una idea diversa e riduttiva rispetto a quella che meritava.

“Radio 102” infatti è un piccolo capolavoro. E non si esagera. Il “piccolo” ha due sfaccettature. Ovviamente la dimensione storica e geografica: vi si narrano le vicende di giovani e meno giovani sambenedettesi dal 1975 al 1979, nel percorso tra l’adolescenza e la maturità. Centro di questo vero e proprio Bildungsroman collettivo è appunto Radio 102, “la terza radio libera d’Italia e la prima delle Marche”. Per i più giovani, sicuramente increduli, e per chi ha dimenticato: fino al 1975 le uniche radio esistenti erano quelle pubbliche, ma l’evoluzione tecnologica e alcuni vuoti normativi consentirono il proliferare di emittenti che, almeno inizialmente, vivevano di spontaneismo, vitalità, controinformazione. Di qui notiziari alternativi, musica rock, jazz e quant’altro di anticonvenzionale e notevole si trovasse nei vinili, approfondimenti politici e culturali in interminabili maratone tra autonomi, filosofi cittadini, femministe, cinefili, poeti e aspiranti tali. E poi telefonate con gli ascoltatori, domeniche con i cristiano sociali e preti marxisti, e le prime radiocronache della squadra locale, l’amata Samb allora in Serie B.

Il libro scorre con estrema vivacità e leggerezza, supportato da una vena di umorismo ben calibrato da parte dell’autore (che è la voce narrante ma quasi un osservatore puntuale delle vicende del gruppo, della Rotonda, della città e d’Italia). I vari capitoli descrivono, ciascuno, uno dei filoni di sviluppo della radio: che è tumultuosamente inserita nel “movimento” di quegli anni, quindi inizialmente a stretto contatto con Lotta Continua ma poi, soprattutto dopo l’assassinio di Moro e le continue violenze di quegli anni di piombo, spaesato, tanto che si arriva a fratture prima con gli autonomi (accusati di settarismo da parte dell’autore e del gruppo che a lui fa riferimento, tra cui si menzionano Francesco Vagnoni e Gino Troli), quindi con le femministe e via via in una perdita di slancio che a San Benedetto sarà definitivamente ghiacciato con l’assassinio di Roberto Peci, fratello del pentito Br Patrizio (alcune pagine sono dedicate proprio ad una trasmissione di Roberto in Radio 102: tra le pagine migliori del libro), nel 1981.

Questo dissolvimento dell’energia spontanea di quella gioventù segna fin dall’inizio le pagine di “Radio 102”; ma a chi lo legge nel 2015, e chissà ai ventenni di oggi, resta davvero la gioia e l’amaro assieme di sapere di una città dove, pur tra mille errori sempre sottolineati in quelle pagine, il confronto, la politica, la voglia di migliorare le condizioni di vita e culturali della società erano tangibili e prioritari. Una perdita di patrimonio sociale gravissima, pagata poi con l’eroina, la violenza e il disinteresse degli anni successivi e con l’impossibilità attuale di raccontare, in una sola storia, la storia di una intera generazione.

Il “piccolo” di cui si parlava fa riferimento anche alla caratteristica di diversi romanzi marchigiani (non esclusivamente dei marchigiani, ma frequentemente loro): ovvero la scrittura di romanzi corali pur in contesti di dimensioni ridotte. Epigono tra gli altri resta “Giù la piazza non c’è nessuno” di Dolores Prato (Treia), ma si pensa anche ad alcuni testi di Gilberto Severini e ovviamente della conterranea Silvia Ballestra: il suo “I giorni della rotonda“, citato da Galiè, si snoda negli stessi anni di “Radio 102”, pur con altro punto di vista (quello dei “marenare”, gli autonomi non graditi ai più intellettuali e musicofili di “Radio 102”), ma questi sono dettagli. “Radio 102” non manca di ricordare, anche nello stile, la scrittura di quella Ballestra.

Perché questo libro avrebbe meritato maggiore diffusione e celebrazioni, raccontando, in una vicenda provinciale, dinamiche nazionali ma, oseremmo dire, universali: crescere, mettersi alla prova, perdere, tristemente arrendersi. E quindi ricordare. E quindi, per chi come Galiè è capace e vuole: raccontarne, scriverne, condurre a nuova vita.

Forse con un editing appena più attento si sarebbero evitati alcuni errori magari rivedibili in una prossima riedizione (se l’autore di “Ottocento” lo vorrà): troppe quasi 100 pagine di note e riferimenti musicali d’epoca, perché senza di essi la lettura sarebbe stata ugualmente piacevole ma più alla portata dei twitteristi d’oggigiorno (Dio ce ne scampi). Oppure qualche piccolo taglio, ad esempio sui passaggi più umoristici di Gianfranco De Topis (alter ego dell’autore) sui giornali calcistici del tempo: utili come documentazione d’epoca ma meno funzionali al libro in sé (qui infatti l’umorismo sempre ben gestito dilaga con sommo piacere dell’autore, è chiaro, ma con il rischio di diventare un’esondazione e non un fiume con una precisa direzione: è quanto avvenuto con “Ottocento”, per altro un capolavoro di ricerca linguistica).

Ma questi sono dettagli di chi, di “Radio 102”, s’è innamorato, e tardivamente. E ne suggerirà a tutti la lettura, perché quando la letteratura scalda il cuore (così raramente avviene) si è obbligati a condividerne la musica, e mai come in questo caso.

Alcune citazioni:

“Ecco, sì, la radio del sorriso. Ma io la ricordo anche come la radio dei nervi tesi nelle assemblee del sabato, con i duelli fra le varie anime del collettivo e la costante sensazione che quelli erano tempi troppo duri per scelte equilibrate. Eravamo come una maionese impazzita che t’insaporiva la vita, ma sempre sul punto di inacidirsi troppo. Alla fine, non s’inaridì, semplicemente finì. Per mancanza di prospettive”.

“La realtà era entrata nelle loro vite di studenti e disoccupati, con tutta la durezza e l’urgenza di un futuro da costruire. La radio non era un lavoro, sebbene l’avessero vissuta come tale. E i sogni si dileguano quando apri gli occhi, lasciandoti l’amaro in bocca. Per alcuni c’era l’università da finire, gli esami erano stati troppo a lungo procrastinati, per altri una opportunità di lavoro da non poter rifiutare, per tutti la sensazione amara che una stagione della propria vita era finita e che fosse arrivato il momento delle scelte, anche dolorose”.

“Siamo stati creativi e non violenti. Per questo abbiamo vinto. Perché non sapevano come fronteggiarci” riprese Mariella, convinta. “Sì, certo, creativi, sperimentali, simpatici… tutta roba inutile. La verità è che non siamo riusciti a inventare forme di lotta nuove, veramente efficaci. Oltre a qualche slogan divertente, a tante assemblee e cortei, non siamo riusciti a produrre altro, a proporre un progetto concreto. E alla fine prevalgono quelli a cui piace passare alle vie di fatto, credendo che la scorciatoia della violenza ci porti prima al traguardo”.

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