GROTTAMMARE – Incontriamo Lino Banfi all’Hotel Roma, mezz’ora dopo l’apparizione al Cabaret Amoremio che l’ha omaggiato con la consegna dell’Arancia d’Oro. Immediatamente gli ricordiamo che a nemmeno due chilometri di distanza c’è il Ballarin, stadio dove venne girata la scena iniziale de “L’Allenatore nel pallone”, uno dei suoi film più rappresentativi.

“Peccato non ci sia stato lo spazio per accennarlo, se mi avessero chiesto de L’Allenatore figurati se non l’avrei detto”. Le prime immagini della pellicola sono quelle di un Sambenedettese-Pistoiese del primo maggio 1983, trasformate per esigenze di copione nello spareggio promozione tra i rossoblu e la Longobarda, che avrebbe ingaggiato proprio Oronzo Canà una volta conquistata la massima categoria.

Di quel film Banfi ama raccontare il retroscena di una delle battute più esilaranti: “Pochi sanno che la scena finale con i due gemelloni che mi prendono in braccio doveva essere diversa. Io dicevo Mi avete preso per un coglione e loro rispondevano Ma no, sei un eroe. Mentre mi facevano così, il presidente veniva sotto di me e mi urlava: Lei è un disoccupato, lo sa? Ed io: E lei è un cornuto, lo sa? Il film finiva su questo fermo fotogramma. Invece mentre lo giravamo è nata la gag storica: Mi avete preso per un coglione, sotto la mano, mi fa male. Questo per dire che le battute aggiunte o cambiate sono quelle più divertenti, che rimangono. Tra l’altro mi dispiace che tutti e due i gemelli siano morti di tumore, erano davvero simpatici”.

Il secondo capitolo, girato a ventitre anni di distanza, non fu altrettanto memorabile. “Non mi è mai piaciuto – ammette l’attore – non dico di essermi vergognato, però ho sempre chiesto scusa al pubblico. Il primo fu bellissimo. Il sequel venne fatto di corsa, cotto e mangiato, girato in maniera striminzita. I costi erano diversi da allora. L’Allenatore 1 rimane nella storia, tutti i giocatori di Serie A l’hanno visto, ogni allenatore vero mi chiama mister. E poi ho avuto il riconoscimento di allenatore ad honorem dal presidente dell’Aiac Ulivieri”.

Restando sempre in tema di improvvisazioni, non era prevista nemmeno la celebre stornellata al ristorante di ‘Fracchia la Belva umana’.

“Vero. Dopo che mi avevano dato del frocione, avrei dovuto replicare semplicemente con arrestate questo stronzo ed entrare nel ristorante. Non so perché, ma capii che avrei dovuto proseguire quel siparietto e partii: Non sono frocione, non mi chiamo frì-frì, sono un commissario e ti faccio un culo così! Neri Parenti, conoscendomi, fece cenno di proseguire, tanto sapeva che se non fosse andata bene avrebbe tagliato tutto al montaggio, essendo in coda. Ma quella era una comparsa, non sapeva che fare poverino”.

Quante scene ha improvvisato, non essendo scritte originariamente sul copione?

“Su una scala di dieci, dieci. Se io non cambio sto male. I registi lo sanno, mi lasciano fare. E’ ovvio che io cambio per migliorare, non per peggiorare. A volte elimino battute che mi piacciono pur di dare spazio alla nuova stronzeta, come la chiamo io. Ma se funziona i risultati sono ottimi”.

Qual è il film di cui va più orgoglioso?

“Quello che mi fece fare il saltino di qualità fu Il Commissario Lo Gatto, con la regia di Dino Risi. Girato tutto a Favignana, era un bel personaggio della vera commedia all’italiana. Non era comicissimo, in certi momenti era tenero, quasi drammatico”.

L’attore con cui si è trovato meglio sul set?

“Devo dire tutti. Tante le attrici, ma uno con cui andavo d’accordissimo e non vedevo l’ora di farci film assieme era Renzo Montagnani. Un grandissimo”.

Indimenticabili sono anche le sue interpretazioni nei panni femminili.

“Non ho mai voluto emulare quelli che quando fanno le donne cambiano la voce e la fanno in falsetto. Non serve a niente, tutti sanno che sei un uomo e stai facendo un ruolo da donna. Interpretavo spesso la donna nobile e mi giustificavo: Ho una certa età, ho il climaterio. E faceva più ridere. Un giorno dissi: Perché non ci fate dei vestiti da donna, anziché adattarli? Per parecchio tempo mi vestirono le sorelle Fontana, mica poco. Mi facevano tailleur da gran signora, gli occhiali con gli strass e addirittura un seno finto che al calore del corpo tirava fuori i capezzoli, tutto fatto in silicone”.

E’ più difficile gestire il successo per chi come lei ha fatto i conti con la povertà?

“E’ tutto difficile, ma diventa facile se hai vicino la persona giusta. Se non ci fosse stata mia moglie sarebbe stato tutto più sgretolato. La vita diventa più divertente se hai vicino la compagna giusta”.

Che giudizio dà alle commedie sexy degli anni Settanta?

“Quelli li chiamo film didattici: La liceale, l’insegnante… Ho cominciato da bidello e ho finito da preside, una bella carriera! Li rifarei tutti, pure i ruoli più piccoli. Sono quelli che ti formano come uomo e artista”.

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