SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel calcio trovi la vita e Mario Sconcerti questo fa: racconta il pallone per calarlo nella storia e nella filosofia. Perché anche uno schema rivela un modo di essere: “Mi spiace che venga visto come il gioco dei poveri. Io lo considero un gioco di assoluto prestigio”.

Martedì sera allo chalet Club 23 erano davvero in tanti. Volto Sky e penna del Corriere della Sera, Sconcerti ha presentato “La storia del gol”, trecentocinquanta pagine capaci di racchiudere varie epoche con annesse mutazioni.

Sconcerti incanta con un eloquio da professore. Mai noioso, semmai appassionato e appassionante. Ti svela che l’obiettivo della meta è nato solo in un secondo momento. In origine il calcio non prevedeva il gol: “Venne inventato per ultimo. Per millenni si è giocato senza le porte”. E il pallone? “In origine si realizzava grazie ai capelli femminili”.

Il giornalista lo afferma a più riprese: “Non si può parlare di calcio e restare solo nel calcio. Il calcio è una conseguenza della vita”. Motivo per cui “La Storia del gol” è soprattutto ricerca, una lunga ricerca di due anni e mezzo.

Tante le testimonianze, molte le reticenze. Come quelle juventine. A partire dalla vicenda di Carlo Carcano, l’allenatore artefice dei quattro scudetti consecutivi dal 1930 al 1934. I titoli sarebbero diventati cinque, se poco prima del pokerissimo la società non l’avesse rimosso dall’incarico per via delle insistenti voci di omosessualità, mal tollerate dal regime fascista. “Non ho trovato conferme – ammette Sconcerti – ma diverse citazioni sull’argomento”. Confermatissimo, al contrario, il divorzio tra Fiat e bianconeri durato circa dodici anni: “Nel 1935 morì in un tragico il presidente Edoardo Agnelli. Con lui si interruppe anche l’amore tra le due realtà. Di questo il museo della Juventus non parla minimamente”.

In cambio, fino al termine del secondo conflitto mondiale la ditta automobilistica sponsorizzò il Torino, tanto che durante la guerra i giocatori granata non svolsero il servizio militare: la Fiat li fece diventare soldati in fabbrica.

Dalla strage di Superga si trasformò pure il modo di concepire il calcio. Iniziò la caccia al centravanti nordico: John Hansen, Nils Liedholm, Gunnar Nordhal. Un’Italia abituata ad altezze medie di 1 e 65, si ritrovò a fare i conti con bestioni di 1 e 83 per 90 chili. “All’improvviso ci fu voglia di abbondanza. Svedesi e danesi non avevano combattuto in guerra, il nostro campionato ingaggiò i sopravvissuti, l’unica gioventù rimasta incontaminata”.

Fu il momento della svolta, della rivoluzione: “Bisognava fermare questi alieni. Nel 1950 la Juve vinse segnando 96 gol, nel 1951 il Milan ne segnò 92”. Poi però l’anno successivo l’Inter si impose sui rivali dimezzando la quota delle reti segnate. “Il mister Alfredo Foni mise una delle sue ali a difendere. Capì per primo che il gol conta quanto il non gol. Segnare e non prenderle hanno la stessa identica importanza”.

Tutto sembra essersi fermato con l’ingresso nel terzo millennio. Con Baggio, De Piero, Totti e Mancini, l’Italia ha smesso di sfornare campioni. “Le scuole calcio hanno rovinato questo gioco”, si sfoga Sconcerti. “Si paga per far giocare il bambino. Il calcio è libertà, la selezione deve essere libera, naturale. Giocano i migliori. Non esiste che si debba giocare gli stessi minuti di un altro ragazzo perché si paga una retta”.

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