SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un Consiglio in bianco e un Bilancio di Previsione in stand-by, in attesa di ricucire strappi e soffocare i rancori. A San Benedetto tutto gira attorno agli umori del Pd e la città non può far altro che domandarsi se tutto questo sia davvero accettabile.

Gaspari è in bilico e a spingerlo nel dirupo potrebbero essere quelli che l’hanno sostenuto per anni, ad ogni costo, a qualunque condizione. La crisi non è legata ad un tema di interesse pubblico o a una questione di alta rilevanza morale, ma molto più semplicemente a beghe di partito. Di un partito.

Quando sul tavolo finirono argomenti scottanti, la maggioranza fece al contrario quadrato: pensiline fotovoltaiche, caso stadio, distributore di benzina, condanna in primo e secondo grado alla Corte dei Conti.

Un anno e mezzo fa il Tar dichiarò illegittima la delibera sull’assestamento di Bilancio 2013 a causa di un errore sulla convocazione della seconda seduta dell’assise. Cosa fece il Pd? Se la prese col centrodestra, reo di aver segnalato la gaffe agli organi preposti: “Così si paralizza l’azione amministrativa – tuonarono tutti i consiglieri – non crediamo sia un problema rilevante per i sambenedettesi, invitiamo piuttoso a guardare ai risultati ottenuti sull’edilizia scolastica, sul turismo e sul fronte delle opere pubbliche”.

Identico il supporto il 19 novembre 2014, giorno in cui al sindaco venne notificata la sentenza d’Appello per l’incarico affidato all’architetto Luigina Zazio: “Viene riconosciuto l’indiscusso ruolo di guida nell’azione amministrativa, specialmente in questo momento in cui si sta cercando di imprimere una decisa accelerazione a tale azione per portare a compimento gli obiettivi che quest’Amministrazione si è data e sui quali ha ottenuto nel 2011 il consenso degli elettori”.

Stavolta no. Stavolta il banco va fatto saltare. Motivo? Le elezioni regionali del 31 maggio, andate diversamente da come ci si attendeva. Non è una ritorsione, garantiscono i ribelli, bensì l’esigenza di attuare un rinnovamento. E chissà se avrebbero invocato il resettaggio della segreteria se Benigni fosse stato eletto al consiglio regionale.

E’ il gioco delle parti, niente di più. Peccato che incida sul futuro di tutta la comunità. C’è chi obietta: “La delusione di Benigni non va vista nella bocciatura elettorale, semmai nella sua scelta di candidarsi, spinta dal gruppo dirigente del Pd da cui adesso si sente tradito”. Fosse vero (condizionale d’obbligo, visto che il capogruppo non parla da due mesi) oltre a domandarci quanto questo possa interessare ai cittadini che rappresenta nel civico consesso, sarebbe da chiedersi come abbia potuto non immaginare un epilogo chiarissimo fin dal principio.

Il capro espiatorio nel frattempo è già stato individuato: Sabrina Gregori. E sua la colpa se il candidato sponsorizzato dall’amministrazione comunale si è schiantato, mica di sindaco e assessori che forse di grande popolarità non godono, checché ne dicano gli incorreggibili ottimisti (non quelli di Perazzoli). Peccato che a suo favore possa vantare un 39,6% ottenuto su scala cittadina. Non che i meriti possano essere attribuiti a lei, ma se vogliamo riportare i numeri, l’unico dato ufficiale a cui aggrapparsi è quello lì.

La Gregori (a cui non abbiamo lesinato critiche) è detestata da tutti. Da quelli che non l’hanno votata, da chi l’ha votata, da chi non la sopporta e l’ha votata ugualmente (citofonare renziani). Ma agli attacchi verbali non è mai seguita un’azione politica concreta. Nessuna mozione di sfiducia è stata ad oggi presentata e l’assemblea degli iscritti le ha ribadito la fiducia.

Probabilmente la Gregori andrà a casa. Ma potrà farlo camminando a testa alta. Perlomeno lei.

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