SAN BENEDETTO DEL TRONTO – I giorni di silenzio toccano quota undici e sono destinati a salire. Perché Claudio Benigni, per ora, di uscire allo scoperto non ha affatto voglia. Rifiuta interviste ed evita persino freddi comunicati per commentare la debacle che l’ha visto protagonista alle elezioni regionali.

L’ultima apparizione pubblica risale a domenica 31 maggio al seggio di Porto d’Ascoli. E chi s’aspettava di rivederlo almeno in occasione dell’inaugurazione del monumento “Palermo 21,15” sabato scorso in Piazza Setti Carraro è rimasto deluso.

Non si può dire che la disfatta di Benigni non fosse annunciata. Un errore strategico forse dettato anche da cattivi consiglieri che anziché convincerlo al passo indietro, gliene hanno suggeriti due avanti.

L’abbaglio del capogruppo del Pd sta tutto in un no negato: quello alla candidatura per una poltrona a Palazzo Raffaello. Benigni si sarebbe potuto fermare alle consultazioni interne al partito, che in provincia l’avevano visto primeggiare su Fabio Urbinati con 200 voti, rispetto ai 185 dell’ex assessore.

Un risultato che aveva innervosito i renziani, irritati oltretutto dal dominio risicato tra le mura cittadine, con Urbinati avanti di sole tre lunghezze proprio su Benigni. Si trattava tra l’altro di un chiaro ‘avvertimento’ dell’amministrazione, che si era mobilitata in massa a supporto del consigliere comunale.

Ma c’era un ma: alle consultazioni si poteva optare per la doppia preferenza, a patto che uno dei due prescelti fosse una donna. Anna Casini (574 consensi per lei) fu la prima scelta degli ‘agostiniani’, mentre Benigni (pure lui vicino all’onorevole offidano) rappresentò l’azione di disturbo di chi in Riviera voleva mettere i bastoni tra le ruote ad Urbinati.

La sera dell’ufficializzazione dei quattro candidati in molti ipotizzarono un ritiro in extremis del capogruppo. Azione che persino il diretto interessato aveva preso in considerazione, non lesinando critiche all’avversario: “Qualora mi ritirassi non dovrei riunire comitati e sostenitori per informarli, non ho fatto campagna elettorale partendo un anno fa e cercando di portare voti dalla mia parte”.

L’abbandono delle velleità avrebbe regalato a Benigni la possibilità di uscire dal campo in una situazione di forza presente e (perché no) futura, considerato che la tentazione di una candidatura a sindaco nel 2016 aveva lambito pure l’esponente portodascolano.

Al contrario, Benigni ha deciso di giocarsi la partita sfidando un destino prevedibile. Se da una parte Urbinati, nonostante si ritrovasse tutta la sua maggioranza contro, ha potuto contare sulla forte spinta dei comitati renziani (che hanno visto in lui l’unico punto di riferimento della corrente dell’ex rottamatore), dall’altra l’outsider ha dovuto accontentarsi degli indecisi e delle briciole lasciate per strada dalla Casini.

Nel Pd qualcuno sostiene che la presenza ad oltranza di Benigni servisse solo ad azzoppare Urbinati (4050 preferenze ottenute) a vantaggio della Casini, puntando proprio su quei sambenedettesi incerti che difficilmente avrebbero appoggiato un’ascolana. Ricostruzione che, se confermata, spiegherebbe in pieno la rabbia del capogruppo.

Eppure, la fotografia era nitida fin dal principio. Sarebbe bastato saperla osservare.

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