SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Cinquecento voti consentono a San Benedetto di mantenere un consigliere regionale a Palazzo Raffaello. Tanto è stato il distacco tra Fabio Urbinati (4.050 preferenze) e Monica Acciarri, ferma a quota 3.572.

Una fotografia non definitiva, dal momento che va ancora scritto il destino di Peppe Giorgini, a rischio beffa-bis dopo la clamorosa esclusione dal Senato di due anni fa (ma poi ha comunicato l’elezione).

La vittoria di Urbinati ha comunque un altro significato, strettamente cittadino. Sancisce infatti la debacle dell’amministrazione comunale, che in massa aveva fatto confluire i voti verso Claudio Benigni. Un’azione di disturbo che però si è arenata sia a livello provinciale (ultima posizione) che in città, dove il distacco dall’ex assessore ha superato abbondantemente le trecento unità.

Gaspari ci aveva messo faccia e messaggini, che invitavano platealmente a votare il capogruppo del Pd. Atteggiamenti che hanno suscitato scalpore e irritato i renziani, esplosi all’alba di lunedì in un urlo liberatorio.

Avevamo tutti contro – sono state le prime parole di Urbinati – non mi rendo conto di quello che abbiamo combinato. La parte del partito che vogliamo è prevalente in città. Non potevamo permetterci di non eleggere alcun consigliere sambenedettese . Non ci aspettavamo un’affermazione cosi netta, considerata la disparità delle forze in campo. Se prendiamo i consiglieri comunali, la giunta e il sindaco stesso che erano schierati dall’altra parte, sembrava non dovesse esserci partita. Invece i cittadini hanno detto un’altra cosa”.

Urbinati raccoglierà la staffetta da Paolo Perazzoli, suo grande sostenitore in questa campagna. Anche l’ex sindaco nel 2010 si collocò al secondo posto, ma all’epoca furono necessarie ben 5.276 preferenze, con il primo escluso Pietro Colonnella che rimase a piedi nonostante le 4.714 schede a favore.

Discorso opposto per la Casini. Al contrario migliora il dato dell’allora primatista Canzian: 7.506 contro i 6.702 dell’ascolano. Un assessorato di peso – sussurra qualcuno – non dovrebbe negarglielo nessuno.

Cinque anni fa il Pdl si laureò primo partito cittadino col 34,11%, numero quasi quattro volte superiore alle briciole raccolte oggi da Forza Italia: 9,6%. Sommandoci il risultato disastroso di Marche 2020 non si arriva al 15%, asticella sufficiente a decretare l’epilogo di un matrimonio mai realmente celebrato.

Sul fronte di chi cresce, è notevole il balzo della Lega Nord. Alle passate elezioni regionali si arenò al 3,99%; niente a che vedere con il 10,22 del 2015. Migliora pure il Pd, con l’effetto Renzi tutt’altro che evaporato: dal 29% del 2010 al 39,6% attuale.

Ma la medaglia d’oro, ahinoi, se l’aggiudica il partito dell’astensione: se nel 2010 navigava al 36,4%, stavolta sfonda il 50%. Un marchigiano su due se n’è fregato.

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