Da Riviera Oggi 1032 in edicola. Sul numero 1033 la seconda parte.

Le grandi migrazioni sono state e sono tuttora un fenomeno sociale con cui il nostro paese ha avuto sempre una certa affinità. Quando si associa l’Italia alle migrazioni, subito si pensa alle gigantesche navi transatlantiche, ad Ellis Island, alle numerose famiglie vestite di quegli abiti pesanti di inizio ‘900, gli stessi che indossava il piccolo Vito Andolini, ribattezzato poi Corleone per una svista anagrafica, l’iconico personaggio portato sul grande schermo da Francis Ford Coppola nel 1974 con il suo “Padrino Parte II” che è un’istantanea perfetta di quell’imponente flusso migratorio che fino a metà ‘900 portò tanti italiani a tentare la sorte nelle Americhe.

Ma l’Italia è stata anche terra di migrazioni interne, di trasferimenti di persone per così dire “endo-sistemici”, trasferimenti che hanno spinto tanti meridionali e non solo a spostarsi all’interno del loro stesso paese, prevalentemente per raggiungere il triangolo Milano-Torino-Genova che formava il grande nord industrializzato. Ogni regione è stata più o meno falcidiata da questi flussi, ogni regione di questo paese è stata madre di figli che la avvertivano come ostile e arcigna e dal suo “seno” arido volevano staccarsi.

E se dei grandi flussi migratori interni e esterni abbiamo un ampio immaginario, che la filmografia e la cultura in generale hanno contribuito ad alimentare, ci sono tanti micro spostamenti di cui i giornali, i libri e i film non hanno mai parlato. Degli spostamenti che si perdono nelle singole memorie familiari, troppo poco rilevanti perché il mondo intero li conosca ma comunque pezzi di storia importanti perché unici nel loro genere. Unico nel suo genere è quindi anche un particolare flusso di cui la nostra provincia di Ascoli è stata testimone sul finire degli anni ’40 del Novecento, una migrazione che forse non tutti fra voi conosceranno e che ha portato decine di famiglie dalla provincia di Ascoli a quella di Livorno.

Il contesto storico è quello della fine degli anni ’40, quando, con una Repubblica ancora in fasce e freschi di una Costituzione, anche tra la gente comune si vociferava di importanti riforme e di una in particolare, quella riforma agraria che diventò legge il 21 ottobre del 1950 e che proponeva l’esproprio coatto delle grandi proprietà terriere con la contestuale distribuzione delle stesse ai mezzadri. Non più quindi vincolati ai latifondisti e al negozio giuridico della mezzadria appunto, i “vecchi” braccianti potevano così diventare, seppur di dimensioni limitate, degli imprenditori agricoli.

Fu così che a Bolgheri, frazione del comune di Castagneto Carducci in provincia di Livorno, a due passi dal mare e ad altrettanti dalle colline pisane, i marchesi Incisa e Antinori, questi ultimi un’antica famiglia patrizia fiorentina abituata nei secoli, tanto per intenderci, a misurare i suoi possedimenti in giorni di galoppo, decisero in quel contesto e nel timore dell’esproprio, di mettere in vendita, già dal’49, alcuni terreni, che furono quindi acquistati da oltre trenta nuclei familiari, famiglie patriarcali contadine provenienti dalle province di Macerata, Avellino e, nel numero più consistente, dalla provincia di Ascoli Piceno.

Fin da subito e ancor di più nel corso degli anni, la presenza dei marchigiani in quelle terre fu molto significativa, data anche la ridotta portata della comunità del luogo, tanto significativa da spingere, nel 2009, l’amministrazione comunale di Castagneto Carducci a scrivere un libro che, attraverso le testimonianze dirette dei marchigiani di prima e seconda generazione ricostruisce quel particolare fenomeno migratorio. Il libro si intitola “Quelli di lìeggiù” riprendendo, in dialetto locale, l’appellativo non proprio lusinghiero con cui i toscani si riferivano ai migranti marchigiani.

Una delle testimonianze più degne di nota è sicuramente quella di Nilo Chiappini, classe 1919, originario di Ripatransone e trasferitosi in Toscana, dapprima insieme a un nipote e poi con l’intera famiglia, nel lontano 1953. La sua è forse la più importante tra le voci del libro poiché il signor Chiappini era l’unico ancora in vita al momento della pubblicazione tra i vecchi patriarchi insediati negli anni ’50, l’ultimo dei primissimi “colonizzatori” marchigiani.

Non trovarono una terra ospitale i nostri conterranei, ma decisero di investire, “di prenderci in carico – dalle parole di Chiappini- una terra lasciata a una minima coltura, sporca e non arata”. I toscani infatti da quelle terre ci avevano sempre e solo ricavato grano che seminavano durante le prime piogge dopo l’aratura “disinteressandosi di quello che noi avevamo intuito essere un terreno dalle grandi potenzialità”.

Iniziano così le “sperimentazioni” di nuove colture, la specializzazione nel campo ortofrutticolo, con i prodotti dei “marchigiani”, che nel frattempo davano lavoro “a 150 donne toscane” ricorda lo stesso Chiappini, che venivano esportati in mezza Europa, dalla Germania alla Svezia, e che consentirono i primi investimenti, dalla costruzione di un pozzo artesiano all’acquisto “di un primo trattorino da 25 cavalli che dividevamo con le altre famiglie” fino alla costruzione di nuove case, visto che fino a quel momento “eravamo stati costretti a dividere, tra diverse famiglie, una vecchissima casa colonica, che poi era anche una delle poche cose che trovammo una volta arrivati”.

Una mentalità innovatrice che si inseriva in un contesto in cui lo sfruttamento intensivo della terra era un tabù tra i maremmani, tradizionalmente allevatori e boscaioli, ma anche una scommessa dagli alti rischi che era figlia di quella voglia di fuggire dalla disumana condizione di mezzadri che si viveva nelle Marche. La Toscana era più umana, forse perché già più “rossa” e sensibile al richiamo socialista e in più “i terreni costavano poco, molto poco” ricorda invece Gioconda Merli, nata a San Benedetto del Tronto nel 1933, che racconta anche dei primi viaggi d’esplorazione compiuti dalle Marche, che duravano tante ore e “fatti scomodamente in Vespa” e della prima volta che con il figlio Leo di due anni e il marito Giuseppe Bartolomei, originario invece di Acquaviva, arrivarono “in quella che sembrava l’Africa, senza luce, acqua e strade”.

I cambiamenti furono però repentini e le condizioni migliorarono notevolmente tanto da aver permesso negli ultimi anni, a tanti marchigiani “di seconda generazione”, un impegno stabile e investimenti ingenti nel comparto vitivinicolo, anche sfruttando il nome di Bolgheri che è sinonimo di qualità, visto che è la terra di uno dei più famosi rossi toscani, il Sassicaia, una cui bottiglia difficilmente porterete a casa con meno di 150 euro.

Povertà e sacrifici che si trasformano in progresso senza però dimenticare le origini e le tradizioni che poggiavano i piedi sui crinali piceni, senza dimenticare “il fristingo che facevamo a Natale” ricorda la sambenedettese di nascita Rita Felicetti “insieme alla stracciatella, ai fegatini e alle olive all’ascolana, tradizioni che ho sempre pensato giusto mantenere, indipendentemente dal luogo in cui mi trovassi ”.

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