Sono morti invisibili, perché non sappiamo da dove vengono, chi sono.

Non ci sono immagini e quando ci sono, confuse e imprecise, non ricordano quelle di un film ad alto budget – che ne so, l’evacuazione della Concordia fa pensare a Titanic – ma piuttosto le pellicole dozzinali o al massimo quelle d’autore. Gli spettatori sono sempre pochi, indipendentemente dalla forza del documento.

Zygmunt Baumann giustamente sostiene che nella società occidentale i migranti, non essendo interni al sistema di produzione/consumo ma marginali se non estranei ad esso, sono il gradino sociale più basso, esattamente come uno scarto della produzione o del consumo, seppur umanizzato. Dunque trasparenti, non storici, inutili nel definire il corso degli eventi.

Questi ulteriori 700 morti sono una croce per tutti, ma le croci a volte sono troppo pesanti da sopportare.

Non sono i cattivi, che con gli aerei abbattono torri civili, o con gli aerei degli eserciti bombardano villaggi: è qualcosa che accade ma non è semplice capire per quale complicato motivo, ed è così silenziosa da far spavento, abituati come siamo al fragore inutile degli attimi, ognuno dei quali descritto così puntigliosamente da venirci a noia. Il silenzio, invece, si può oscurare – e lo facciamo – ma poi resta quel vuoto che ci pone di fronte al nulla, una volta ogni tanto.

Per rispetto di queste morti innocenti, silenziose; per rispetto ad una barbarie inumana; per rispetto dei corpi di uomini, donne e bambini accolti dal nostro mare come in una bara violentata; iniziamo a far rumore nelle nostre città.

Dedichiamo vie, piazze, statue, ai Migranti uccisi nel Mediterraneo. 

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