SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Shifu è un termine di origine cinese, così come l’origine del Kung Fu, che ha il significato di “maestro” e che, travalicando l’accezione puramente scolastica di docente viene spesso adoperato anche all’interno dell’organizzazione gerarchica delle scuole di arti marziali laddove il “maestro” non viene visto come semplice insegnante di nozioni, ma anche come un individuo dotato di autorità ed esperienza superiori, ovvero un “maestro di vita” al vertice della sua scuola. Con Shifu però i cinesi possono intendere anche “padre” o “tutore” e mai come in questo caso la coincidenza etimologica fu più azzeccata.

Che Luigi Guidotti, punto di riferimento del Kung Fu a San Benedetto e non solo, sia un’autorità e una guida nel suo campo ce ne accorgiamo subito quando cerchiamo di avvicinarlo durante il tradizionale seminario annuale di Kung Fu che si tiene in Riviera dal 1990, attorniato da decine di allievi di tutte le età non è facile per il Maestro “divincolarsi” per venire a parlare con noi e d’altro canto tanta euforia sarebbe già giustificabile solo scorrendo sommariamente il curriculum del maestro Guidotti.

Ma ciò a cui assistiamo nella mattinata va oltre la reverenza che si deve a una guida e sfiora i confini di una convivialità familiare i cui contorni e le cui origini ci vengono prontamente spiegate dallo stesso shigung (Gran Maestro in cinese n.d.r.). “Ha sempre fatto parte del mio credo rifuggire l’idea di trattare i miei allevi come subalterni” -ci spiega Guidotti- “cercando di condurre i rapporti all’interno delle mie scuole con dinamiche assimilabili a quelle che si vivono all’interno di una famiglia”. E dev’essere un metodo valido visto che il 59enne sambenedettese dopo 37 anni dall’apertura della prima scuola a San Benedetto si ritrova con oltre mille allievi e circa 40 scuole aperte a suo nome in giro per il mondo, di cui due a Salt Lake City nello stato americano dello Utah.

“Un caso più unico che raro” precisa Guidotti “visto che di solito sono i cinesi e non noi europei ad esportare questa arte in giro per il mondo”. La strada per il successo e il rispetto non è però breve né facile così come non è facile portare il testimone di un’arte, come quella cinese del Kung Fu tradizionale, che ha 5mila anni di storia e “ti impone una crescita e un apprendimento continui tant’è che a chi studia Kung Fu nelle mie scuole ripeto sempre che quando smetterò di essere un allievo smetterò anche di ritenermi un maestro”.

Ed ecco ciò che si respira parlando col maestro e guardando i tanti allievi, oltre 130, accorsi da mezza Italia a San Benedetto per il seminario della Tkfa: coinvolgimento, un coinvolgimento che non si può vivere negli sport di combattimento agonistici i quali ti esaltano per una vittoria con la stessa facilità con cui ti buttano nel dimenticatoio per una sconfitta. Questo coinvolgimento però, come ci spiega lo stesso Luigi Guidotti, “è parallelamente accompagnato da una crescita necessariamente individuale e solitaria, non a caso le “forme” (movimenti n.d.r.) che insegno possono essere svolte da soli senza l’ausilio di un compagno che invece in altre discipline marziali è fisiologicamente indispensabile”. A tal proposito quando gli chiediamo di spiegarci l’essenza del Kung Fu il maestro è piuttosto chiaro e parla “di controllo di se stessi non solo nel combattimento ma anche nella vita di tutti i giorni, un controllo che permette di assorbire più facilmente i colpi della vita, come la perdita di un caro per esempio, che possono minare la determinazione di un artista marziale, ma se quello stesso artista saprà sacrificarsi per raggiungere quest’abilità avrà la serenità interiore necessaria per rendere veramente efficaci i colpi che apprende i quali altrimenti resteranno vuota tecnica e lo condanneranno alla sopraffazione, tanto nella vita quanto nel combattimento”.

Il lavoro di Guidotti è però, oltre che filosofico, principalmente sul campo e durante il seminario di domenica 29 marzo questo lavoro è facilmente avvertibile. Venticinque anni ininterrotti di meeting a San Benedetto, con questo del 2015 a rappresentare una sorta di “nozze d’argento” tra lui e i suoi allievi sono riassunti in un momento in particolare, il momento in cui il maestro sale sul palco del Palariviera, occasionalmente teatro del meeting, e inizia una serie di movimenti che da subito vengono seguiti e rieseguiti all’unisono da 130 persone alle sue spalle, tra cui alcuni bambini dando vita a una sorta di rapsodia unica e simbiotica tra shigung e allievi, tra conoscenza e sete di apprendimento.

Il resto della mattinata vede poi il maestro scendere dal palco per diventare spettatore degli allievi i quali presentano, divisi per scuole e tecniche, delle serie di movimenti di esibizione accompagnate da musiche tradizionali cinesi e aperte anche da un suggestivo siparietto in cui due studenti danno vita a un balletto definito “di buon auspicio” in cui danzano calzando un costume da leone che tanto rimanda alle celeberrime celebrazioni del capodanno cinese.

Resta un’esperienza che vista dall’esterno e con occhi profani come i nostri ha sicuramente il suo fascino ma che vissuta da chi si sacrifica ogni giorno e si sottopone ogni giorno a duri allenamenti per raggiungere quel controllo di cui parlavamo pocanzi deve avere un sapore ancora più intenso e soddisfacente, del tutto simile, forse, a quello di un pasto consumato in famiglia.

 

 

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