Un anno fa scrivevo un post dal titolo “Un Grande Avanzo Primario vi seppellirà“.

Oggi il Ministero dell’Economia e Finanza pubblica, in un tweet, un grafico con il quale illustra che l’Italia, da 20 anni, ha il più grande avanzo primario europeo.

L’avanzo primario è la differenza tra spesa pubblica al netto degli interessi e tasse pagate.

Essendo stato privato della moneta (ma anche del Parlamento, sostanzialmente, con Maastricht e soprattutto Trattato di Lisbona e austerità post-2010) lo Stato Italiano si deve comportare esattamente come una azienda, e quindi tutto il denaro che adopera per pagare stipendi, servizi, per ridurre una tassa, per gli “80 euro” eccetera, è preso in prestito dai mercati finanziari.

I “mercati finanziari”, di cui si riempiva la bocca Napolitano, rispondono a questi nomi e a nessun altro: Banca Imi Spa, Barclays Bank, Bnp Paribas, Citigroup, Commerzbank, Crédit Agricole, Credite Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, HSBC France, ING Bank, Jp Morgan, Merril Lynch, Monte dei Paschi di Siena, Morgan Stanley, Nomura Int., Royal Bank of Scotland, Société Générale, UBS, Unicredit.

Se lo Stato Italiano – privato della “facoltà di creare denaro, uno dei massimi poteri che fondano la sovranità dello Stato” (citazione da Luciano Gallino) si trova costretto a chiedere ogni centesimo in prestito solo e soltanto dai mercati finanziari summenzionati, che invece hanno la possibilità di creare tutto il denaro che vogliono e di riceverlo in esclusiva dalla Banca Centrale Europea, in un sovvertimento istituzionale di eccezionale gravità che si configura senza dubbio come colpo di stato finanziario – si deve recare a chiedere il prestito, deve mostrare i libri contabili come un’impresa.

Il prestito, al tasso di interesse deciso dai mercati finanziari, viene concesso soltanto se l’impresa è in utile e garantisce un utile futuro.

Lo Stato Italiano è in utile solo se tassa più di quanto spende, ovvero se ha un avanzo primario.

Per questo il tweet del Mef serve a ricordare ai mercati finanziari che nonostante un ventennio di massacri finanziari, gli italiani non si sono mai ribellati veramente e, quindi, l’utile dello Stato è sicuro anche negli anni a venire.

Parliamo di un Pil, ad esempio, che senza le costrizioni artificiali (sottrazione monetaria, obbligo a ridurre il debito, ricorso a capitali privati per gli usi pubblici) sarebbe stato di 2300 miliardi come minimo, rispetto ai 1600 attuali.

Da qui ne deriva che chiude il reparto dell’ospedale della città, aumentano le rette universitarie, aumentano le tasse, si riducono i sussidi alle imprese, non si costruiscono infrastrutture, si riducono i fondi per gli enti locali, si riducono le pensioni, eccetera.

A fronte della distruzione dell’Italia costruita dopo la seconda guerra mondiale abbiamo dei governanti, ovvero:

– il ministro Padoan, uomo di fiducia del Fondo Monetario Internazionale e quindi della Troika, imposto da Napolitano nel dicastero chiave;

– l’attuale Presidente del Consiglio Renzi, che con il suo ingresso e nonostante parole e selfie ha aggravato le misure di austerità di circa 8 miliardi tra tasse e tagli rispetto al predecessore Letta;

– l’intero Partito Democratico che ha votato come un esecutore stordito tutti i pacchetti autoritari (Mes, Fiscal Compact, Six-Pack) e anti-popolari dal 2011 in poi (ponendosi persino più a destra di Berlusconi!) senza un solo minuto di discussione nelle sezioni cittadine;

ne discende quindi che in un misto di ignoranza e di falsificazione i tre attori si vantano degli avanzi primari record che stanno distruggendo l’Italia e costringendo migliaia di giovani all’emigrazione.

Sono le famiglie e le imprese italiane, infatti, a garantire l’avanzo primario. Il 2% all’anno della ricchezza per 20 anni. Una cifra colossale frutto del lavoro di imprese e lavoratori e loro sottrattae finita nelle tasche dei latifondisti finanziari attraverso l’esproprio di sovranità operato da enti sovranazionali che nessuno ha mai votato.

Anche tutto questo sarà conservato, e da mostrare quando arriverà il nostro 9 settembre.

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