Tonino Capriotti è componente del Partito Democratico sambenedettese

 

Come sempre parto dalla Storia: le opinioni possono alimentare discussioni, i fatti possono essere solo raccontati. Le regioni previste dalla Costituzione del 1948, conoscono un’attuazione tardiva e parziale, che prende avvio solo nel 1977. Il potere legislativo, che avrebbe dovuto garantire loro una piena autonomia politica, viene progressivamente ridimensionato da una legislazione statale invasiva che interviene continuamente nelle materie di competenza regionale.

L’autonomia finanziaria non conosce attuazione, rendendo le regioni dipendenti, per oltre l’80% delle loro entrate, allo Stato centrale. Il loro rapporto con gli enti locali risulta indeterminato. Alla fine degli anni ’80 le regioni, escluse quelle a statuto speciale, si presentano depotenziate e confuse.

Le riforme degli anni ’90, che culminano con la riforma del titolo V della Costituzione (legge 3/2001) fatta dalla sinistra, aumentano l’autonomia ed avvicinano le regioni ordinarie a quelle a statuto speciale.

Oggi possiamo dire con fermezza che i risultati di quelle riforme non sono del tutto soddisfacenti. Il processo ha incontrato numerose resistenze; emblematica la bocciatura della cosiddetta “devolution”, avvenuta con il referendum costituzionale del 2006 e la sostanziale mancata attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione in senso federalista. Successivamente, la Lega Nord indicò in maniera chiara come il percorso federale doveva compiersi con la nascita di un Senato federale; oggi incomprensibilmente cambia opinione (o almeno sembra).

Quando le Regioni nascono, vengono pensate come enti di indirizzo e programmazione legislativa, chiamate a delegare i compiti esecutivi ai Comuni. La mancata riforma degli enti locali rallenta il processo di delega e finisce per trattenere la quasi totalità delle funzioni amministrative in Regione. L’apparato che doveva essere snello diventa pesante e poco efficiente, sullo schema dei ministeri. Per ovviare a ciò si affidano a terzi creando una serie di Enti (per l’edilizia popolare, le autorità di bacino, il diritto allo studio…) con tutte le storie collegate che conosciamo.

La riforma Bassanini propone un imponente processo di decentramento basato sul principio della sussidiarietà, che punta a trasferire i compiti a livello locale. Un’opera di razionalizzazione e snellimento che tentava di riportare le regioni alle loro funzioni originarie di indirizzo e programmazione legislativa, in settori importanti quali lo sviluppo economico, l’assistenza sociale e la sanità, le autonomie locali e le politiche europee. Il federalismo fiscale compie i primi passi.

In questo scenario si inseriscono le riforme attuali, prima fra tutte quella che riguarda il nuovo Senato, che vede le Regioni e le istituzioni territoriali protagoniste. Novantacinque saranno i senatori scelti dai consigli regionali, città metropolitane e province autonome di Trento e Bolzano. Il nuovo Senato avrà compiti importanti: valuterà l’attività della Pubblica Amministrazione, l’attuazione delle leggi e le politiche pubbliche, esprimerà pareri sulle nomine, sui diritti della famiglia e la tutela della salute pubblica.

La partecipazione delle Regioni e dei Comuni al procedimento legislativo statale attraverso un organo che le rappresenti, è la sola via per risolvere in modo equilibrato il riparto delle competenze legislative. Non dimentichiamoci che la situazione istituzionale attuale, ha portato ad intasare la Corte Costituzionale di ricorsi in materia di competenze. Il Senato sarà un punto di mediazione tra centro e periferia, tra Stato e Regioni.

Il progetto di revisione del Titolo V è volto a definire un sistema di governo multilivello in grado di bilanciare interessi nazionali, regionali e locali e di assicurare politiche di programmazione territoriale coordinate. Ferma restando l’abolizione delle Province, che viene confermata, le linee direttrici del progetto prevedono: l’eliminazione delle competenze legislative ”concorrenti” e la conseguente ridefinizione, l’introduzione di una ”clausola di supremazia”, in base alla quale la legge statale prevale, l’introduzione della possibilità per lo Stato di delegare, anche temporaneamente, alle Regioni la funzione legislativa nelle materie di propria competenza esclusiva.

Infine (e non mi sembra cosa di poco conto) i senatori non percepiranno più le indennità parlamentari, ma manterranno quanto spetta loro in qualità di sindaci o membri del Consiglio regionale. La riforma introduce anche un tetto agli stipendi degli amministratori regionali, che non potranno superare quelli previsti per i sindaci del Comune capoluogo.

 

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