In questi giorni le tv nazionali pubblicizzano la legge 120/11 dello Stato. Essa, a grandi linee, sancisce l’obbligo nelle grandi società pubbliche e private della presenza di donne agli alti vertici. Basta con i manager uomini, basta con i super-dirigenti uomini, insomma, basta con questi soli uomini che guadagnano cifre da capogiro e ricoprono posti di potere assoluto. Anche le donne devono poter ambire a tali posizioni. Questo, in sintesi, il contenuto della legge e, come sappiamo, una legge è prodotto di una cultura. Quindi, questa è l’essenza della nostra cultura oggi: a nessuno deve essere preclusa la possibilità di competere (con tutte le armi a disposizione, naturalmente) per i posti chiave della società, e che gli altri si arrangino, la grande schiera dei pacifici continui ad essere offesa e calpestata. Non quindi una lotta che limiti lo strapotere di pochi, bensì il “democratico” riconoscimento a tutti di partecipare alla battaglia senza esclusione di colpi per un posto lassù, fra i tiranni del mondo.

Vorrei ora invece proporvi un salto, prendendo spunto dell’arte cinematografica. “Italy in a day” si intitolava il documentario diretto da Gabriele Salvatores, fatto di contributi amatoriali e spesso toccanti provenienti da ogni angolo del nostro Paese. In uno di questi, c’è un padre che va in macchina a prendere il figlio ragazzino e la sua voce-pensiero che dice: “ecco, la mia vita ormai è tutta in questi due giorni ogni due settimane che posso stare con mio figlio”. Due giorni due volte al mese per coltivare l’amore, imposti per legge, per consuetudine, per cultura. Immaginiamo per un attimo la sofferenza di questi uomini, il cui rapporto con le persone che hanno più care, i figli, è regolamentato da una cultura scioccamente femminilizzata che nulla ha di razionale e, soprattutto, di umano. Immaginiamo, in taluni casi, l’odio abissale che ne può derivare. Ma vorrei anche spingermi oltre: immaginiamo tanti altri uomini i quali, sapendo che in caso di separazione verrebbero privati dei figli, accettano una vita d’inferno in famiglia, giorno dopo giorno, nell’odio che morde le viscere. Di tutto questo non parlano i media e i politici.

I due esempi che ho appena fatto mostrano in modo lampante come la vita privata degli affetti, dei rapporti umani, della sensibilità, sia considerata cosa sostanzialmente irrilevante, non degna di due colonne sul giornale. Quel che conta è l’economia, la sopraffazione, il denaro, il potere visibile e senza sentimenti; dall’altra parte, il potere esercitato sulle cose impalpabili come l’amore e la felicità è considerato non una violenza e un sopruso, bensì quasi una concessione fatta alle donne perché si accontentino di affilare altre armi, in attesa di poter accedere alla agognata stanza dei bottoni, dalla quale schiacciare finalmente, grazie anche alla nuova legge dello Stato, con volontà di dominio repressa da anni, tutto quanto non rientra nei propri progetti di espansione: uomini, animali, ambiente.

Non è difficile prevedere per il futuro delle nostre esistenze rapporti sempre più ciecamente violenti e un odio siderale di tutti contro tutti. Di crudeltà in crudeltà fino alla catastrofe finale.

 

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