LOS ANGELES – “And the Oscar goes to…” Anche quest’anno la formula di annuncio dei vincitori, tutta suspense e spettacolo, ha incollato milioni di spettatori alle tv e invaso più o meno ogni prima pagina in giro per il mondo. L’87esima edizione della cerimonia degli Oscar è stata un successo. Non che ci fossero dubbi a riguardo, facile farla da padrone quando si riuniscono sotto lo stesso,”dorato”, tetto praticamente tutte le più grandi star del cinema contemporaneo con plotoni di “fashion experts” a passare ai raggi X ogni singola cucitura degli esagerati e vistosi vestiti e squadre di giornalisti pronti a cogliere ogni minima, ma molto spesso insignificante, dichiarazione delle star. Il trionfo dello showbiz insomma. Un po’ meno il trionfo della settima arte. Il perché gli “Academy Awards” spesso tendano a non rendere pieno onore alla cinematografia sarebbe facilmente spiegabile con una mera questione di forma; seppur magistralmente confezionata, per tanti infatti la notte degli oscar è sempre stata una pura manifestazione di autoreferenzialità di Hollywood, un potente combustibile buono soltanto ad alimentare il “falò delle vanità” e dell’ego di potenti e ricchissimi uomini e donne del “jet-set” a discapito del riconoscimento alla pura arte della rappresentazione cinematografica.

Quest’anno però una ulteriore critica si può muovere ai contenuti, alle scelte nelle premiazioni. A partire da uno dei più importanti premi: quell’oscar al miglior attore che è andato al britannico Eddie Redmayne, bravissimo a riprodurre sullo schermo le espressioni facciali della sclerosi laterale di Stephen Hawking, ma forse meno bravo del connazionale Cumberbatch che in “The Imitation Game” celebra magistralmente e con una eccezionale sensibilità l’antieroismo, il genio e il dolore della repressione sessuale del matematico Alan Turing. In fondo la malattia paga più di ogni altra dimensione dell’esperienza umana e ne è un calzante esempio la statuetta andata a Julianne Moore come miglior attrice per l’interpretazione di una brillante accademica malata di Alzheimer in “Still Alice”.

La vittoria della lacrima facile verrebbe da dire, ma non è del tutto così e a confermarlo il semisconosciuto, fino a ieri, Graham Moore che si è aggiudicato la statuetta alla migliore sceneggiatura non originale per l’adattamento della biografia dello stesso Turing ma che forse non verrà tanto ricordato per questo ma più per il suo inaspettato quanto sincero “acceptance speech”(discorso di ringraziamento ndr.) in cui ha candidamente ammesso un tentativo di suicidio in adolescenza. Una parentesi toccante in uno spietato meccanismo di spettacolo che tende a fagocitare chi non si allinea alle esigenze di intrattenimento, come è successo al bravo regista polacco Paweł Pawlikowski, premiato ieri per il suo “Ida” tra i film in lingua straniera, il quale si è preso i risolini della platea per dei ringraziamenti a un cast e una famiglia evidentemente un po’ troppo numerosi per le tempistiche televisive.

Ma il vero protagonista della serata di ieri al Dolby Theatre di Los Angeles è stato un cineasta non americano, quel Alejandro Gonzalez Inàrritu già famoso per pellicole come “Babel” o “21 grammi” e che ha voluto patriotticamente rendere omaggio nei ringraziamenti ai connazionali messicani che, parole sue “meritano grande rispetto per essere pilastri di una grande nazione di immigrati come l’America”.

Quattro statuette per il suo “Birdman (O l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” e tutte pesantissime: miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia che per gli esperti di settore hanno il peso equivalente di una mannaia su tutti gli avversari. Ma ahimè anche lo stesso “Birdman”, per quanto premio alla non americanità dei suoi realizzatori, soffre di quell’autoreferenzialità di cui si parlava pocanzi. Grande prova registica in pianosequenza, il film del regista messicano parla del tentativo di un divo hollywoodiano (interpretato da Michael Keaton) di risollevarsi dal ruolo del supereroe “Birdman” che tanta gloria gli ha dato in passato per buttarsi a capofitto in una, più “alta” artisticamente parlando, pièce teatrale. Ne esce fuori un ottimo film, che esplora profondamente l’ego di un artista, ma che nel suo strabordante successo lascia a tutti il dubbio che la vittoria sia frutto della facilità con cui ci si presenta davanti a una giuria di pari con un’opera che esplora dei meccanismi familiari a chi è parte di quel mondo, familiari ai giudicanti insomma.

Ne escono conseguentemente con le ossa rotte due film altrettanto validi. Uno è “Grand Budapest Hotel” che porta a casa quattro Oscar, tutti tecnici, tra cui quello dell’italiana Milena Canonero per i costumi, ma che resta spettatore quando vengono distribuiti i premi che fanno la storia del cinema. Wes Anderson è probabilmente stato punito (ingiustamente) per un film pieno di vezzi e stravaganze che però è un’opera visiva senza pari. L’altro grande sconfitto è forse il film più amato da stampa e pubblico, quel “Boyhood” che è un progetto cinematografico mastodontico e con un ambizioso fine senza precedenti storici: raccontare le vite dei membri di una famiglia media americana nell’arco di 11 anni senza ricorrere a espedienti di trucco o ad attori più vecchi ma avvalendosi degli stessi interpreti e quindi effettivamente girando per 11 anni consecutivi. Un film, quello di Richard Linklater, che ha la grande ambizione di cercare di cogliere il passare del tempo attraverso la narrazione di eventi ordinari, privi di classico pathos e intrattenimento ma che regalano a chi guarda uno spettacolo unico: la vita vera mentre viene vissuta. Un grande progetto bocciato dall’Academy, parziale è infatti la consolazione per l’oscar andato a Patricia Arquette, ma poco importerà forse perché la storia ci insegna che il vero giudice di una pellicola è spesso e giustamente il pubblico, che tante volte ha rivalutato a posteriori film a primo acchito passati inosservati e che forse oggi esce sconfitto e esautorato ma che non è detto che in futuro non possa ribaltare l’esito.

 

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