Dal numero 1020 di Riviera Oggi, in edicola.

Pasqualino Piunti correrà alle amministrative del 2016, dopo una vita passata a far spazio ad altri: “Io eterno numero due? Non è mancanza di coraggio, ma altruismo. Ora, a 60 anni suonati, penso di aver prodotto tante e tali esperienze da metterle a disposizione. Ho dato la mia disponibilità e invitato i miei colleghi a lavorare tutti assieme per l’allargamento della coalizione. C’è una volontà di massima. Non mi interessa solo vincere, voglio anche poter governare”.

Primo degli eletti in assoluto alle ultime tre tornate Comunali, oltre che alle Provinciali del 2009, Piunti ha sempre optato per la seconda fila. “Nel 2001 spuntò la figura di Martinelli. Non feci polemica, alla fine vincemmo. Nel 2004 mi proposero come Presidente della Provincia, ma preferii tirarmi indietro a vantaggio di Scaltritti. Nel 2006 Alleanza Nazionale puntò su di me, tuttavia non ebbi difficoltà a rifiutare. Ritenevo che il centrodestra avrebbe subito una lezione, sapevo che avremmo perso e, in caso di trionfo, non avremmo governato. Nel 2009 lasciai campo libero a Celani. Castelli si era presentato in Ascoli, due aennini sarebbero stati troppi. Me ne rallegrai, la strategia funzionò”.

I k.o. sambenedettesi del centrodestra li attribuisce più a demeriti del proprio schieramento che a felici intuizioni di Gaspari. “La prima volta che si presentò noi eravamo spaccati. Martinelli si dimise sparando contro i partiti e successivamente si ripresentò. Andammo con due candidati: noi e l’Udc appoggiammo Costantini, Forza Italia si schierò con l’ex sindaco. Ammetto comunque che Martinelli è il primo cittadino che ha lasciato più segni negli ultimi vent’anni”.

Nel 2011 identico errore.
“Gli errori ci furono. La frattura con Calvaresi, la sfortuna delle due liste escluse. Non facemmo la campagna elettorale in serenità. Gaspari era in calo e aveva governato male, ma un sindaco uscente un piccolo vantaggio rispetto allo sfidante ce l’ha sempre”.

Forse Gabrielli era il candidato sbagliato.
“Non addebito le colpe a lui. Non credo avesse subito un danno d’immagine per via dell’esclusione dalle Regionali del 2010. Giochi romani determinarono quella situazione. Bruno era il candidato adatto: giovane, con esperienza alle spalle. Non riuscimmo a far passare la nostra proposta di cambiamento”.

Lei ci aveva fatto un pensierino?
“Sì, ci avevo pensato. Rinunciai per equilibri interni. Ero già vicepresidente della Provincia, ci fosse stata una condivisione generale mi sarei presentato. Ci accordammo senza forzature”.

Ci fu un veto di Luca Vignoli sul suo nome?
“Non mi risulta”.

A tal proposito, sono passati cinque anni dalla sua rottura l’ex assessore. Può dirci una volta per tutte cosa è accaduto?
“Luca è una persona seria, la mia porta è sempre aperta. Lo ritengo uno degli assessori più bravi con cui ho collaborato. Certo, ha un carattere particolare. Per 80 voti non divenne consigliere regionale, avrebbe dato fastidio pure a me. Ma c’è da dire che si candidò in una situazione estrema, in appena un mese fece un lavoro strepitoso. L’accusa è di non essermi speso troppo per la sua elezione. E’ vero, non andai in piazza con la sua bandiera, però per quello che ho potuto l’ho appoggiato, la mia coscienza lo sa. Se ci sono state circostanze nelle quali non si è sentito supportato adeguatamente non posso farci niente. Potevo fare di più, ma quale interesse potevo avere nel non volerlo in consiglio regionale? Con lui ho riparlato qualche mese fa, dopo l’estate. E’ un fatto positivo, potrebbe esserci una ripartenza”.

Nel 2011 l’ipotesi di Calvaresi come figura unitaria del centrodestra fu mai battuta?
“Mai. Nelle riunioni tra Forza Italia e Alleanza Nazionale passò la logica che il candidato dovesse essere un politico. Fossimo andati uniti avremmo avuto delle chance in più, lo dicono i numeri. Lui poi ha fatto scelte che lo hanno portato a dare il sostegno alla giunta Gaspari. Ha svolto un ruolo istituzionale che ha comportato l’appoggio all’amministrazione comunale”.

Sostengono che lei sia un grande cacciatore di preferenze personali, ma che non sia portato per il gioco di squadra. Si considera un individualista?
“No, sinceramente non mi riconosco in questa definizione. Se è la percezione che do, ne devo prendere atto. Il candidato sindaco non deve essere divisivo, io non mi ci sento. Non mi addebito questa colpa”.

Fra un anno lei potrebbe pagare la fragilità di un partito già adesso in profonda crisi di consensi. Forza Italia rappresenterà una zavorra?
“Lo scenario amministrativo è avulso dalla politica generale. Ritengo di avere un rapporto privilegiato e diretto coi cittadini. Se mi presenterò farò anche una lista mia”.

Qualora diventasse sindaco quale sarebbe la sua prima azione concreta?
“Affronterei le difficoltà giornaliere dei cittadini: strade, viabilità, sicurezza, decoro urbano. Partirei dall’ordinaria amministrazione, attualmente non garantita. Sono dell’idea che prima ti metti i calzini, dopo le scarpe. Il mio programma elettorale non sarà il libro dei sogni. Non sarebbe rispettoso. Bisogna concentrarsi su un programma fattibile e impegnarsi su quello”.

Non crede che in questi quattro anni la vera opposizione a Gaspari l’abbia fatta lo stesso centrosinistra con la Emili e Pezzuoli?
“Noi siamo sempre stati sul pezzo: Grande Opera, allagamenti, viabilità, stadio, pensiline. Ovviamente fa più notizia se l’opposizione fa la Emili, piuttosto che il centrodestra”.

Ci sono persone della maggioranza che considera valide?
“Di persone valide ce ne sono, ma il fatto di aver acriticamente appoggiato tutti gli atti di questa amministrazione non depone a loro favore”.

A quali personalità, locali o nazionali, la sua amministrazione dedicherebbe una strada?
“Dedicherei una via a Piero Alberto Capotosti, persona di valore che ebbi l’onore di conoscere. Inoltre ascolterei il suggerimento dei giovani di Forza Italia e ne intitolerei una ad Oriana Fallaci”.

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