“Era l’alba del 22 dicembre e i greci incominciarono a sparare con i mortai e l’artiglieria. Noi, sul principio, credevamo che fossero i soliti tiri di disturbo ma, invece, come il tempo scorreva verso il giorno, le esplosioni aumentavano. Vennero all’attacco su tutto il fronte tenuto dal reggimento; venivano avanti sulla neve, allo scoperto. Allora i nostri mortai da 81 e le due batterie aprirono il fuoco di sbarramento. Poi incominciarono le mitragliatrici, i fucili, le bombe a mano, i gridi (…) Il colonnello era calmo ma preoccupato: temeva che in breve tempo si esaurissero tutte le nostre munizioni e non era sicuro del tratto di linea tenuto dalle camicie nere (…). Ero appena passato, quando i greci arrivarono sotto le postazioni delle camicie nere, e queste, senza nemmeno tentare un lancio di bombe a mano per fermarli, abbandonarono tutto e fuggirono come lepri davanti ai segugi”.

Da “Quota Albania” di Mario Rigoni Stern

“Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago della stessa moneta. Saprà dai giornali che ho occupato la Grecia. Così l’equilibrio verrà ristabilito”

parole di Benito Mussolini, diario di Galeazzo Ciano

“Le cause del problema risiedono in Grecia e devono essere rimosse”

Wolfang Schauble, 5 febbraio 2015

“La decisione della Banca Centrale Europea sulla Grecia è legittima e opportuna”

Matteo Renzi, 5 febbraio 2015

Nel suo instancabile e notevole lavoro di informazione, Luciano Barra Caracciolo, giudice del Consiglio di Stato, sta costruendo una “ipotesi frattalica” sugli eventi storici in cui è attualmente inserita l’Italia. Quindi una visione della storia simile alla conosciuta tesi dei “corsi e ricorsi” di Giambattista Vico.

L’ipotesi frattalica ripercorre l’attualità dell’Unione Europea germanizzata sulle orme di quanto avvenne negli anni ’30 e ’40. Anche allora l’Italia strinse un patto mortale con la Germania.

Secondo Barra Caracciolo, punto di svolta è l’elezione a presidente della Repubblica di Sergio Mattarella (anzi, punto di svolta l’annuncio di dimissioni di Napolitano). La mappa attuale, se posta sopra quella del 1943, vedrebbe nel passaggio di consegne al Quirinale l’equivalente del 25 luglio 1943, quando Benito Mussolini venne destituito quale capo del governo dal Gran Consiglio del Fascismo e la guida del Paese venne affidata al generale Badoglio. Il quale continuò per un mese e mezzo a gestire l’Italia, invasa dagli anglo-americani al Sud, sotto la parvente continuazione del regime fascista. Poi arrivò l’8 settembre, la fine del regime, l’armistizio con gli Alleati, l’occupazione nazi-fascista, Salò e la Resistenza.

Secondo Caracciolo siamo diretti verso un nuovo 8 settembre, ovviamente con tempi molto più dilatati e insonsabili.

Sostanziali differenze: l’Occidente europeo è oramai un continente immerso nella post-modernità, quindi non più le armi e gli eserciti servono per occupare, ma la comunicazione e il latinorum della finanza (il sangue scorre copioso invece nelle varie periferie). Seconda differenza: gli eventi, come in un mosaico liquefatto, accadono con una parziale sequenza temporale differente.

L’accordo eurista tra Italia e Germania ricalca quello del Patto d’Acciaio tra Hitler e Mussolini. Entrambe nazioni con forte export e bisognose dunque di “mercati” stranieri, la Germania però ha disegnato vincoli cuciti su sua misura. L’Italia ha creduto (finto di credere) che, vestendosi allo stesso modo, sarebbe diventata Germania: invece non è più Italia, e ovviamente non è ne sarà mai, Germania.

I tedeschi arrivano pronti e determinati alla guerra, gli italiani inseguono, impreparati, incoscienti, e si incensano di retorica vuota, un tempo di esclusiva pertinenza del Duce e dei suoi gerarchi, oggi dei politicanti neoliberisti e dei vassalli via via al governo, privati di moneta e di scelte fiscali autonome e, di fatto, governatori graditi da Berlino. Le piazze un tempo piene sono state sostituite da urne o, peggio, dati auditel via via più scadenti, perché non corrispondenti alla realtà. Oggi siamo alla sola comunicazione da Istituto Luce, senza direzione, senza ideali e impotenti rispetto allo sfacelo.

In Francia, dove vi era Vichy, ora Hollande nomina banchieri di Rothschild a ministro dell’Economia ed elimina chi osa criticare i tedeschi, e rinuncia persino alla politica estera autonoma, fino a poco fa, presa sotto le ali della Merkel.

La Spagna è davvero ad un passo dal “neo-franchismo democratico”, con Rajoy che accoppia alla tragedia economica a cui sottopone gli spagnoli anche un nuovo ordine sociale (ad esempio la ley mordaza). Il Portogallo soffre di sorte pressoché equivalente, l’Olanda è una propaggine tedesca, l’Austria è da tempo nuovamente dentro l’Anschluss, l’Est Europa è mercato di manovalanza a basso costo (uno “spazio vitale” neoliberista). In Ucraina si assiste all’eterno scontro tra la Germania (che s’ammanta della bandiera europea e dunque è “bene” e “pop”) e la Russia. A differenza dell’assedio di Stalingrado, qui gli Stati Uniti giocano un ruolo di appoggio alla Germania (anche se nei ’40 l’alleanza con la Russia era puramente strategica).

La Gran Bretagna, allora come oggi, è avversa alla Germania. L’eventuale uscita dall’Unione Europea equivarrebbe allo sbarco in Normandia: una dichiarazione di guerra che sconquasserebbe il Continente, a partire dalla Francia. Gli Stati Uniti non capiscono la follia tedesca (la terza follia in 100 anni): due diversi capitalismi, uno consumista e importatore, l’altro austero ed esportatore. Il primo “acquista” ed è visto economicamente amico, il secondo “vende” e quindi è rivale. Obama sa che l’autodistruzione europea innescata da Berlino dovrà essere governata dagli Usa, altrimenti le spinte liberatrici potrebbero portare ad una avversione anche per gli Stati Uniti (ecco le recenti dichiarazioni sulla Grecia) con effetti imprevedibili.

“SPEZZEREMO LE RENI ALLA GRECIA” La doverosa premessa ci porta all’ultimo tassello. La Banca Centrale Europea (primo caso nella storia!) dichiara di fatto un suo stato fallito, non accettando i suoi titoli di stato in cambio di liquidità. Prima che Berlino profferisca parola, sono proprio Pétain-Hollande e Matteo Renzi a compiere l’atto servile: schierarsi contro il potente e contro una nazione “orgogliosa”. Dice Renzi: “La decisione della Bce è legittima e opportuna“. Parole pesantissime, che gettano una brutta macchia su tutto il popolo italiano da lui rappresentato (Renzi è così, farebbe anche sorridere perché non sa di quel che parla quando esce fuori dal cortiletto italiano). Parole che poi non coincidono con l’interesse italiano, nazione aggredita dalla Germania e che dovrebbe appunto tessere alleanze anti-austerità (non è Renzi a parlare di vuota “flessibilità” un giorno sì e l’altro anche? Ma appunto: è la stessa identica retorica d’allora).

L’ipotesi frattalica è confermata. Proprio l’alleanza italo-tedesca, nel 1940, condusse Mussolini, all’apice della sua popolarità, il 18 novembre 1940, a dichiarare una insensata guerra alla Grecia. Dichiarazione di pura propaganda, soltanto per gareggiare con lo spietato alleato tedesco, in quel momento considerato invincibile: “Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia. Fra Germanici e Italiani siamo un blocco di 150 milioni di uomini, risoluti e compatti e piantati dalla Norvegia alla Libia nel cuore dell’Europa. Questo blocco ha già nel pugno la vittoria“.

Andò a finire in maniera disonorevole, come testimoniato da Mario Rigoni Stern nel libro citato in apertura. Churchill e i greci ridicolizzarono la boria mussoliniana. Alla prima bomba sul suolo italiano, le piazze si svuotarono, perché la propaganda priva di concretezza è come una pallone troppo gonfio e pronto ad esplodere.

Purtroppo, passano i secoli e i decenni, ma i popoli sembrano condannati alle stesse identiche colpe.

Al prossimo atto “frattalico”.

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