SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Giovanni Battista Crescenzi, meglio conosciuto come “lu ‘Nglese”, per trentasei anni ha solcato i mari di tutto il mondo, come comandante. “Sono cresciuto nella piccola pesca, dato che mio padre lavorava in questo ambito. Ne vado molto fiero”.

Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare in mare?

“Il mio primo e vero imbarco risale a dopo il servizio militare, sul motopeschereccio “Giovanni Marchegiani”. Nonostante avessi la patente come “padrone marittimo”, m’imbarcai come semplice marinaio perché volevo conoscere i sacrifici di questa figura professionale. Feci sei viaggi come marinaio, lavorando in Atlantico. Nel 1964 m’imbarcai come secondo ufficiale sul peschereccio atlantico “Antilope” e lì rimasi quasi un anno. Dopo il fallimento della società che gestiva questo motopesca, m’imbarcai a bordo del “Marchegiani terzo” come primo ufficiale ed avevo come comandante Grossi Domenico. Dopo due viaggi come primo ufficiale e dopo le dimissioni del comandante, presi in mano le redini del “Marchegiani terzo”. Nel 1968 esplorammo la pesca in Perù per sopperire una crisi alimentare spaventosa e per cercare di far valorizzare una delle risorse che fosse diversa dalla pastorizia. L’armatore sambenedettese Antonio Marchegiani stipulò un contratto di affitto con la municipalità del Perù. La barca si sarebbe impegnata nella pesca, ma anche nella sua promozione. A quel tempo, in Perù, questo settore era sconosciuto. In quel mare, molto pescoso, il pesce moriva di vecchiaia in quanto non c’erano le attrezzature che consentissero la cattura”.

Poi?

“Dopo cinque mesi rientrai in Italia per conoscere mia figlia che era nata tre mesi prima. Per avvicinarmi alla mia famiglia decisi di chiudere, momentaneamente, con la pesca atlantica e mi comprai un’imbarcazione piccola per la pesca locale, ma quest’avventura durò solo sei mesi. Tornai in Perù perché il “Marchegiani terzo” finì sugli scogli, danneggiando la prua rompighiaccio, a causa di una manovra azzardata del comandante peruviano. Questa seconda avventura peruviana durò quattro mesi. Successivamente fui contattato dal dottor Perotti per l’imbarco sul motopeschereccio “Antonio Biagini” e partimmo nuovamente per il Perù. La traversata durò trentuno giorni e praticavamo la doppia pesca cioè quella laterale e quella americana. Il primo luglio rientrammo definitivamente in Italia con l’imbarcazione. A fine luglio m’imbarcai sul “Marchegiani quarto” per la pesca del gambero in Africa. Il nove agosto 1975 lavorai sul motopeschereccio “Stanislava” negli Stati Uniti effettuando la pesca dei calamari, ma lì ci attendeva l’uragano “Belle”. In quel periodo alternavo la pesca in Africa con la pesca negli States, fino a quando il presidente Ronald Reagan ci tolse il permesso di pesca. Dal gennaio 1987 fino al 1989 effettuai la pesca nelle isole Falkland e in Patagonia, lavorando con totani, calamari, merluzzi. Dopo il 1989 tornammo in Sierra Leone fino al 1991 per la demolizione del “Corrado secondo”. Dopo lo sbarco, m’imbarcai sulla “Genevieve” come comandante, ma mi licenziai dopo due anni per incompatibilità caratteriale con l’armatore. Successivamente lavorai a Dakar sull’ “Arus” per il riarmo e quest’avventura durò fino al 1995. Il primo luglio 1997 andai in pensione, ma feci l’ultima navigazione sull’ “Antares seconda” nella zona della Guinea, praticando la pesca americana”.

Mi racconti qual è stato l’episodio più brutto che le è accaduto durante il suo lavoro.

“Una disavventura che non dimenticherò mai fu lo speronamento da parte di una nave coreana nel sud della Patagonia. Era il diciassette gennaio 1987 ed era il primo giorno di pesca. Fu un colpo tremendo sulla fiancata sinistra del motopesca. Lo squarcio era profondo due metri ed iniziammo, subito, ad imbarcare acqua. I coreani, in quella traversata, avevano inserito il pilota automatico e non avevano previsto nessun turno di guardia, quindi la plancia di comando era deserta. In qualità di comandante lanciai subito il mayday che fu accolto da alcune imbarcazioni cubane, che ci proposero assistenza, ma noi la rifiutammo perché eravamo autosufficienti. Fortunatamente la stiva dell’imbarcazione era vuota, quindi l’acqua che entrava usciva subito. Riuscimmo ad attaccare dopo molte ore di navigazione la Baia Valdez per poi raggiungere Mar del Plata dove avvenne la riparazione della falla”.

Qual è, invece, la cosa più bella che le è capitata?

“Il momento più bello è quando si metteva il boccaporto alla stiva dell’imbarcazione piena di pesce”.

E’ cambiata la pesca negli ultimi anni?

“Secondo me si, ma in peggio. Purtroppo questo è avvenuto in quanto non c’è stato un sostegno politico verso gli armatori”.

Secondo lei è diminuito il pescato? Ed i pescatori?

“Si, attualmente c’è tanta tecnologia che ha aumentato la potenza delle imbarcazioni e ciò favorisce la pesca selvaggia. Si, anche i pescatori autoctoni sono diminuiti, non c’è più il ricambio generazionale”.

Consiglierebbe la vita del pescatore ad un giovane ragazzo?

“No, a causa delle decisioni politiche che non incentivano questo settore”.

Ha nostalgia della sua vita da marinaio? Come trascorre le sue giornate da pensionato?

“Un po’ di nostalgia c’è, ma per la navigazione e non per i ritmi di lavoro. Trascorro le mie giornate con i miei nipoti e con i miei amici presso l’associazione dei pescatori sita in Viale Marinai d’Italia”.

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