SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare in mare?

“Ho iniziato a lavorare in mare per seguire le orme paterne. Il mio primo imbarco regolare risale al 22 giugno 1960, terminata la scuola d’avviamento marinaio, ma andai in mare, per “provare”, con mio padre, all’età di dieci anni. M’imbarcai sul motopeschereccio dello zio di papà, il “Concetta Rosalba”, potenza ottanta cavalli, in Adriatico dove effettuavamo la pesca locale. La mia prima esperienza fuori casa, invece, avvenne dopo cinque- sei mesi sul moto pesca “Trionfale”, a Gaeta, per effettuare la pesca in Libia”.

Quando tornò a San Benedetto?

“Tornai a San Benedetto perché mio padre acquistò un peschereccio ed aveva bisogno di altre due braccia per lavorare. Nell’ottobre 1963 la barca fu venduta e m’imbarcai sul “Marchegiani quarto” per la pesca in Marocco. Ero contento perché a bordo trovai vecchi amici come Romualdo Fanesi e Romualdo Rosetti: questo fu il mio primo imbarco verso l’Atlantico. Fu, per me, una grande esperienza perché vidi cosa c’era oltre le colonne d’Ercole (le colonne d’Ercole, nella letteratura classica, indicano il limite estremo del mondo conosciuto) e poi perché vedevo altre città ed altre isole a me sconosciute. Siamo nel 1965 e, in quel periodo, stavo contemporaneamente studiando per conseguire il certificato di “radio telefonia”, la patente di “padrone marittimo” e la patente di guida della macchina. Il mio grande amico d’infanzia, Romualdo Fanesi, mi contattò per l’imbarco nel Golfo Persico per raggiungere il motopeschereccio “Ciccoli” come marinaio. Il 19 luglio 1966, su quest’imbarcazione, feci il mio primo imbarco come primo ufficiale. Il “Ciccoli”, all’epoca, era l’unico peschereccio italiano che aveva le attrezzature americane, adeguate alla pesca del gambero. Dopo il “Ciccoli” avvenne il primo imbarco da comandante, ad Anzio, sul motopeschereccio “Quintus” il 22 giugno 1969. Mi dissero che ero un comandante “sbarbatello” a causa della mia giovane età!

Successivamente raggiunsi il moto pesca “Maria Michela” nel porto di Yarmouth, nella Nuova Scozia, dove m’imbarcai per effettuare la pesca in America, ma solo dopo sei mesi il governo ritirò i permessi di pesca.

L’armatore decise, così, di far trasferire la barca a Montevideo (Uruguay) per effettuare la pesca nelle isole Falkland, ma quest’esperienza si rivelò dura e piena di preoccupazioni perché dovevamo attraversare il triangolo delle Bermuda. Dopo ventisette giorni, tra soste per il maltempo e navigazione, arrivammo a destinazione, percorrendo una distanza di, circa, seimila settecento miglia.

Nell’ottobre 1986 ero al comando del “Maria Michela” ed eravamo in pesca negli Stati Uniti. In quel periodo, ed in quella zona di pesca, era obbligatorio far salire a bordo un biologo marino del “National Oceanic and Atmospheric Administration” per contrastare la pesca degli squali. Il biologo aveva il compito di mettere un micro cip allo squalo, qualora fosse stato ri-catturato, mentre i pescatori avevano l’obbligo di rigettarlo in mare. lo squalo che catturammo (1986) venne ripescato nel 1991 e lo stato americano mi omaggiò, spedendomi a casa, un cappello che raffigura uno shark. Sono stato l’unico italiano a ricevere questo premio.

Dopo quest’avventura americana m’imbarcai per l’Angola sul motopeschereccio “Giovannino”, dove c’erano gli stessi armatori del “Maria Michela”. Ero il comandante di bandiera con un equipaggio coreano; l’esperienza risultò molto dura e l’equipaggio era sempre sotto pressione, con ritmi di lavoro massacranti. Questa fu l’ultima esperienza in Atlantico, ma continuai a lavorare in mare con i fratelli Grossi sul loro motopeschereccio “Elda madre”, per circa undici anni, in Adriatico.

Il trenta dicembre 2000 andai in pensione, ma continuai ad andare in mare, sul moto pesca “Carfagna Giuliano” fino al 25 ottobre  2002, quando avvenne lo sbraco definitivo”.

Mi racconti qual è stato l’episodio più brutto e più bello che le sono accaduti durante il suo lavoro.

“L’episodio più brutto avvenne nei pressi di Agadir. Eravamo in navigazione per il rientro, con il motopeschereccio “Amoruso secondo”, quando ci imbattemmo nel mare in burrasca. Non potendo più proseguire per quella rotta, decisi di mettere l’imbarcazione “col vento ed il mare” di poppa, ma così non si riusciva a navigare bene in quanto il natante prendeva sbandamenti pericolosi. Decisi, così, di cambiare rotta mettendo la prora al mare.

Un altro episodio poco piacevole che ricordo fu il rinvenimento, nelle reti, di un cadavere di un marinaio caduto in mare. Eravamo nella zona di Capo Bianco, in Mauritania.

Ogni volta che riempivamo le stive di pesce era il segnale del rientro a casa e questo è l’episodio più bello in assoluto”.

E’ cambiata la pesca negli ultimi anni?

“Secondo me è cambiata dal punto di vista delle tecnologie che hanno favorito maggiore competizione. Le tecnologie sono state “importate” dall’esperienza in terra straniera e poi adattate per la pesca sambenedettese”.

Secondo lei è diminuito il pescato?

“Il pescato è diminuito ed assottigliato a causa della forte competitività tra pescherecci. La troppa tecnologia ha favorito la pesca selvaggia che ha impoverito il fondale marino”.

Consiglierebbe la vita del pescatore ad un giovane ragazzo?

“No perché è una vita dura e piena di privazioni, anche se attualmente si lavora meno giorni e c’è più riposo. Data la situazione di crisi attuale, però, suggerirei ai giovani di sfruttare questa risorsa, perché il pane non manca mai”.

Ha nostalgia della sua vita da marinaio?

“Non rimpiango nulla della mia vita trascorsa in mare, anche se è stata dura e faticosa. Mi sono arricchito culturalmente pur non avendo imparato le nozioni sui libri di scuola. Scoprire gli usi ed i costumi delle altre nazioni, ma anche le attrezzature di pesca utilizzate negli altri motopescherecci è stato coinvolgente”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 1.460 volte, 1 oggi)