SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare in mare? Come mai ha scelto di fare questo mestiere?

“Ho iniziato giovane, a quindici anni, dopo la scuola d’avviamento. Il mare m’è sempre piaciuto tanto e spesso, prima d’imbarcarmi, andavo ad aiutare mio zio a vendere il pesce. In quattro fratelli abbiamo seguito le orme paterne ed abbiamo scelto di lavorare in mare. Il mio primo imbarco avvenne nel “nuovo San Gabriele” in qualità di mozzo, nell’Adriatico. Successivamente, nel 1959, m’imbarcai come capo-pesca nel “nuovo San Gabriele”. Ricordo, ancora, che, una volta, mentre stavamo facendo rientro in porto, ci fu una forte mareggiata che ci fece cadere in mare tutte le attrezzature da pesca. Fortunatamente, però, riuscimmo sempre a riprenderle. (Le imbarcazioni erano scoperte, quindi, capitava spesso che durante le tempeste le attrezzature finissero in mare, n.d.r.). A quei tempi non esisteva lo scandaglio (serve per misurare la profondità dell’acqua durante la navigazione, n.d.r.) e misuravamo la profondità marina con una palla di piombo legata ad una corda.

Con i miei fratelli Dante e Diego costruimmo una terza imbarcazione: il motopeschereccio “San Diego”, una barca di ventuno metri, progettata a San Benedetto, nei cantieri navali Latini, nel 1960. Effettuavamo la pesca in Mediterraneo, durante il periodo estivo, tra la Sardegna e la Tunisia. Con questo motopeschereccio abbiamo salvato quattro contrabbandieri spagnoli.

Nel 1970 costruimmo il “Domenico Guidotti” con una potenza di 300 cavalli e da qui ci fu un escalation di perfezionamento e potenza dei motori dei motopescherecci che costruimmo in seguito. Effettuavamo la pesca tra la Sardegna e la Tunisia, lavorando, soprattutto, presso l’isola delle Gualitè. Ricordo che a febbraio, con l’acqua gelida, dovetti gettarmi in mare per liberare l’asse dell’elica e continuare la normale navigazione. Durante il servizio con questa imbarcazione, riuscii a prendere la patente di padrone marittimo.

Nel 1979 costruimmo l’ “Antonietta Guidotti” che cessò la sua attività nel 1990; avevo la qualifica di capitano. Questa imbarcazione era costruita in ferro ed effettuavamo la pesca in Mediterraneo, in estate, mentre in inverno lavoravamo in Adriatico. Io ed i miei fratelli lavoravamo con tre barche distinte, ma avevamo un’unica società.

Nel 1990 la ditta si sciolse ed ogni fratello prese strade diverse sempre, però, lavorando in mare. Formai una società assieme a mia moglie con il “Domenico Guidotti”, consegnando l’ “Antonietta Guidotti” ad uno dei miei fratelli che lavorava assieme al figlio. Ricordo che, una volta, il “Domenico Guidotti” mi si riempì d’acqua: vidi la morte in faccia e con tenacia riuscimmo a svuotarla e raggiungere il porto di San Benedetto.

Dopo questo increscioso avvenimento decisi di costruire una barca in acciaio, con una potenza di 1000 cavalli e con ogni confort. Con il “Vassette”, questo è il nome della nuova imbarcazione, lavoravamo soprattutto a Lampedusa, effettuando la pesca del gambero rosso. Con questa barca terminai la mia carriera lavorativa, andando in pensione con 42 anni di navigazione”.

Secondo lei la pesca negli ultimi anni è cambiata?

“Si, la pesca è cambiata tantissimo. Ora è molto più tecnica”.

La tecnologia ha migliorato la qualità del lavoro?

“Le nuove tecnologie hanno migliorato tantissimo le condizioni di vita sui motopescherecci, ma l’aumento dei costi di gestione scoraggiano gli investimenti. Secondo me la pesca non deve essere abbandonata perché San Benedetto si regge su questa risorsa”.

Ci sono molti pescherecci?

“Il numero dei pescherecci è diminuito moltissimo, come il numero dei pescatori. Per fare questo mestiere bisogna avere tenacia”.

Consiglierebbe la vita del pescatore alle nuove generazioni?

“Si, perché si sente addosso la libertà. Bisogna rispettare le regole, ma si è liberi di gestire il lavoro come si vuole, non ci sono molte imposizioni”.

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