«Penso allo scandalo che possiamo fare alla gente con il nostro atteggiamento, con le nostre abitudini non sacerdotali nel Tempio: lo scandalo del commercio, lo scandalo delle mondanità… Quante volte vediamo che entrando in una chiesa, ancora oggi, c’è la lista dei prezzi per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la messa. E il popolo si scandalizza».

Queste parole del Papa hanno acceso un dibattito interessante nella Chiesa e fuori da essa. Quante volte noi preti ci siamo sentiti chiedere: “quanto costa la messa?” oppure “quanto devo dare di offerta?”. E cosa rispondiamo?

Secondo l’uso approvato della Chiesa, è lecito ad ogni sacerdote ricevere un’offerta quando celebra la Messa secondo una determinata intenzione. Tuttavia ai preti è raccomandato ci celebrare la Messa secondo le intenzioni dei fedeli più poveri anche senza ricevere offerte (can. 945). Quindi un primo chiarimento: trattandosi di offerte, e non di tariffe, si può chiedere di celebrare messe secondo le proprie intenzioni anche senza dare nulla.

Le offerte che i fedeli elargiscono sono destinate al sostentamento del clero. In Italia ogni prete riceve dalla Chiesa uno stipendio che viene integrato anche dalle offerte dei fedeli che chiedono appunto di celebrare l’eucaristia secondo intenzioni particolari (can. 946). Ecco il secondo chiarimento: quelle offerte servono per sostenere la vita dei vostri preti. Credete che ne abbiano bisogno? Date di più. Credete che non ne abbiano necessità? Date di meno o nulla.

“Dall’offerta delle Messe deve essere assolutamente tenuta lontana anche l’apparenza di contrattazione o di commercio” (can. 947). Questo riguarda il prete che celebra, ma anche il fedele che dona. Ogni celebrazione dell’eucaristia è per tutti. Chiedere di pregare per un’intenzione particolare non vuol dire “comprare” o “possedere” la messa. Se è vergognoso un prete che celebra per denaro, è anche deprecabile un fedele che trasforma l’eucaristia in una sorta di egoistico rito propiziatorio.

In ogni diocesi viene stabilita una quota “indicativa” per l’offerta (can. 952). Nessun prete può dare indicazioni diverse. Tuttavia rimane appunto indicativa, e ciascuno può donare quanto vuole, di più o di meno, liberamente.

E per gli altri sacramenti? Vale lo stesso principio. Ognuno può dare l’offerta che vuole, liberamente, con la differenza che quanto donato è per la parrocchia, per le sue attività e necessità, e non sono destinate al prete che celebra il sacramento. Vorrei aggiungere anche che in virtù dell’offerta neanche la celebrazione dei sacramenti è “privata”, ma sempre un evento della vita della comunità cristiana regolato dalle rispettive norme liturgiche.

Ogni consuetudine diversa da quanto ho provato a descrivere non è consentita e va denunciata al Vescovo diocesano, chiamato a vigilare anche su tali questioni.

Da prete mi sento di aggiungere una sola cosa: molti equivoci, e qualche abuso, nascono dal fatto che molti di coloro che chiedono messe o sacramenti considerano la parrocchia come un centro servizi, e il prete un funzionario. E molto spesso noi preti abbiamo l’impressione di avere a che fare con dei “clienti” più che con figli.

Continuo a sognare una parrocchia in cui la logica dello scambio sia sostituita definitivamente da quella della comunione. In cui tutti si sentano accolti come a casa propria. Ma anche responsabili nel contribuire in ogni modo alla vita della “casa”. Anche economicamente. Sempre liberamente.

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