Con questo articolo si inaugura la partecipazione di Don Dino Pirri quale blogger di Riviera Oggi. Lo ringraziamo per il suo contributo

Ricordo lo stupore quando da bambino vidi il mio parroco, don Angelo, senza la veste talare, ma semplicemente in pantaloni e camicia. Non c’ero abituato. Quasi non pensavo che avesse le gambe, nella mia fantasia da bambino. Erano gli anni Settanta.
Da allora sono cambiate tante cose, ma in me rimane l’impressione che noi preti siamo visti come esseri viventi singolari, come dei “marziani”. E non solo dai bambini. Praticamente esseri estranei alla realtà, che dicono cose perché le devono dire, le fanno perché le devono fare, quasi senza mai pensare. Quasi fossimo finti esecutori di azioni, senza sentimenti e senza desideri.
E questa diffusa, ma errata, opinione non è priva di fondamento. Perché siamo proprio noi preti, che spesso diamo l’impressione di essere quasi degli estraniati, con le nostre parole scontate, i gesti vuoti e le risposte presuntuose. Quasi timorosi di mostrare sentimenti, desideri, fragilità. Con l’ansia di mostrarci perfetti, ma falsi. Autoritari, ma freddi. Retorici, ma vuoti.

La mia vita di prete non è diversa da quella di tutti gli uomini e le donne di questo tempo. Credenti e non credenti. Il mio limite e il mio peccato. La fatica di arrivare ovunque e di fare tutto. La paura di non prendere le giuste decisioni, di non vivere correttamente le relazioni, di non saper andare oltre l’immediato e l’esteriore. Soprattutto, la quotidiana constatazione di quanto la mia vita sia lontana dal Vangelo che predico. Anche se davvero ce la metto tutta. E poi l’inadeguatezza alle domande che mi vengono rivolte. Perché non ho le risposte automatiche. Neanche per me. E la delusione, le disillusioni, i fallimenti periodici.

Sempre chiedo aiuto, grido la mia preghiera al Signore. Ma anche ai miei amici credenti vicini alla parrocchia o lontani. A quelli non credenti e persino anticlericali. Qualcosa vorrei chiedere.

Non considerateci una sorta di marziani che vivono fuori dal mondo, ma aiutateci a tenerci dentro il naso e per terra i piedi. Non cercateci solo quando avete bisogno di qualcosa. Non siamo produttori automatici di sacramenti e benedizioni. Neppure burocrati distributori di certificati. Invitateci a casa, a pranzo, a cena, anche solo per un caffè. Cercate il dialogo con noi, soprattutto quando non avete bisogno di nulla. Impareremo insieme il valore della gratuità.

Non giudicateci facendo di tutta l’erba un fascio, praticando luoghi comuni e pronunciando slogan, ma sosteneteci con la preghiera e la vostra testimonianza. Siate misericordiosi con noi. Ma neppure prendete per buono tutto ciò che diciamo o facciamo. Usate sempre il vostro cervello e aiutateci ad usare il nostro. Non lasciateci prigionieri del nostro ruolo o del nostro abito. Prima conosciamoci, e poi mandateci pure a quel paese. Ma da “amici”.

Spesso ci si ferma a pregiudizi. Da una parte e dall’altra.

E allora mi è venuta un’idea: ci metto la faccia e il cuore, per raccontare la realtà come la vede un prete. Perché ci si conosca meglio e si superino pregiudizi e timori. Per discutere, dialogare, condividere, raccontare la storia propria e accogliere l’altrui. Per provare a fare qualche passo insieme, non più da antagonisti, ma da persone che si vogliono bene.

Spero di riuscirci almeno in parte, perché anche noi preti, spesso, pensiamo che i “marziani” siano gli altri. E invece no.

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