SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare in mare? Come mai ha scelto di fare questo mestiere?

“Ho iniziato a quindi anni, appena terminati gli studi della scuola di avviamento (attuale scuola media, n.d.r.). Ho scelto di fare questo lavoro per passione, tramandatami da mio nonno Nicola e da mio padre Nazzareno che erano stati imbarcati sulle “lancette” (piccole imbarcazioni tipiche del ‘900). Inizialmente soffrii moltissimo il mare, ma per orgoglio e passione ho stretto i denti e sono andato avanti.

Quindi, a quindici anni m’imbarcai come mozzo sul motopeschereccio “Rosangela” che effettuava la pesca a strascico in Adriatico: qui il ritmo di vita lavorativo era monotono, scandito da gesti sempre uguali. Dopo vari imbarchi e avendo una maturazione esperienziale sufficiente per lasciare l’Adriatico, affrontai l’avventura in Atlantico. Il mio primo imbarco avvenne sul “Luca Speat” con mansioni di giovanotto di coperta. Questa imbarcazione l’ “armai” io assieme ad alcuni miei amici; il natante era bellissimo, ma scomodo per la pesca perché, ogni volta che prendevamo il largo gran parte del pescato finiva, nuovamente, in mare, dato che la barca era bassa ed entrava acqua dalle aperture laterali.

Dopo tre viaggi sul “Luca Speat”, m’imbarcai sul “Rodi” (imbarcazione tristemente conosciuta per l’affondamento avvenuto all’alba del 24 dicembre 1970, davanti alla costa marchigiana tra Porto San Giorgio e Grottammare, trascinando con se dieci vite umane cioè l’intero equipaggio, n.d.r.) in un equipaggio formato da “Ratta”, “Picci”, “Cincifù”, “Vivaldo”, Renato “lu roscio” (grande cuoco), Alberto “lu romano” (ragazzo originario di Roma che, attualmente, risiede a Las Palmas, nelle Canarie). Grandi amici, oltre che ottimi colleghi e simboli della vera marineria sambenedettese, che nelle rare pause dal lavoro ci divertivamo a simulare gli attacchi dei pirati. Sul “Rodi” praticavamo la pesca “alla francese”: lavoro faticoso, dato che le reti si salpavano di lato. Una volta ricordo che un ragazzo si fece molto male alla testa perché un cavo d’acciaio si ruppe.

A diciannove anni, nel 1968, risposi al richiamo delle armi e venni arruolato nel corpo del Battaglione San Marco, sulla nave “Etna”. (Il Battaglione San Marco è un’unità militare di fanteria di marina in forza alla Marina Militare italiana. Costituisce la forza da sbarco della Marina Militare, n.d.r.).

Completai i ventiquattro mesi di leva obbligatoria e venni chiamato a bordo del “Mascaretti Primo” per il varo che avvenne nei cantieri navali di Viareggio. L’imbarcazione era comoda perché fornita di ogni confort che alleggerivano, un pò, il duro lavoro in mare. Si lavorava su turni alternati di sei ore. Ricordo con piacere che una volta, a bordo, s’imbarcarono, anche, un fotoreporter e un giornalista che trascorsero con noi una settimana, in cui documentarono la nostra routine lavorativa.

Questo imbarco si alternò con quello sullo “Stanislava”: lavoro durissimo perché per tre mesi non vidi mai la terraferma! Non dimenticherò mai quello che riuscimmo a tirare su con le reti, nella zona di San Louis: un “insaccata” piena di dentici, pari a circa 4000 casse. Per l’euforia non ci accorgemmo che si era staccata la puleggia e per miracolo non fui colpito gravemente.

Tornato in Italia mi presi quattro mesi di vacanza per conseguire il diploma di “Padrone Marittimo” ad Ancona. Da qui maturai l’esperienza di comandante con il “Dumbo”, “Turris”, “Cormorano” che erano navi della flottiglia dell’ “Ittimar” di Comacchio. Il “Dumbo” era un’imbarcazione piccola dedita alla pesca del gambero rosso nell’ Africa equatoriale, dove ho notato l’estrema povertà in cui vivevano le persone autoctone: qualche volta abbiamo donato latte condensato e sapone per l’igiene personale. In cambio ricevevamo casse di banane, di ananas e di noci di cocco.

Il primo imbarco con il grado di comandante avvenne sull’ “Astoria” degli armatori Mascaretti, il “Sagitta” e il “Nicola Specchio” di Molfetta.

All’età di ventisei anni rischiai di morire per un’appendicite: ero a bordo del “Cormorano” e dopo aver scaricato il pescato a Tenerife, riprendemmo il largo per dirigerci verso la Mauritania. Mentre mi trovavo a cena con i miei colleghi, improvvisamente, mi venne un forte attacco di vomito seguito da forti dolori addominali. Il capitano Pietro Rosetti si mise subito in contatto con l’assistente medico attraverso radio Roma che mi consigliò l’immediato ricovero nel primo ospedale disponibile. Nell’attesa dovevo tenere sull’addome una borsa di ghiaccio. Il comandante chiese l’attracco a Port- Etienne, ma gli fu negato perché lì era in atto una sommossa e l’ospedale era stato occupato dai ribelli. Il comandante, allora, decise di fare rotta verso Dakar, dove un medico francese mi operò all’interno di una capanna. Dopo quindici giorni fui accompagnato all’aeroporto per il ritorno in Italia.

Dal 1978 al 2001 feci varie esperienze su pontoni, motonavi da carico, rimorchiatori in giro per l’ Italia e nel 2001 andai in pensione”.

Secondo lei la pesca negli ultimi anni è cambiata?

“Si, è cambiata tantissimo. Prima il porto era una grande famiglia in cui ci si conosceva tutti, mentre ora spesso è deserto”.

La tecnologia ha migliorato la qualità del lavoro?

“Le nuove tecnologie hanno migliorato tantissimo le condizioni di vita sui motopescherecci, in termini di confort e tecnologia, ma rimane sempre un lavoro duro, sacrificato e pericoloso”.

Consiglierebbe la vita del pescatore alle nuove generazioni?

“No perché la vita è dura e sacrificata e spesso non si hanno risultati appaganti”.

Ora che è in pensione, come trascorre le giornate? Le manca il lavoro in mare?

Nicola Silenzi: “Nei primi tempi da pensionato soffrii la mancanza del mare, ma ora cerco di recuperare il tempo perso con i miei familiari e mi godo mia nipote. Trascorro il tempo libero viaggiando e passeggiando”

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 590 volte, 1 oggi)