L’alta marea gioca sulla via della risalita e l’aria è forse quella blu e oro dell’estate così indecisa sul suo arrivo.

Il gusto della conversazione con due amici al tavolo di un ristorante sul mare.
La bottiglia di vino da tenere in fresco, il cibo che domina solenne sui vassoi. Intorno figure accessorie ed essenziali, comparse che camminano indifferenti avanti e indietro, sfogliano le pagine sgualcite di un giornale del mattino, si ritrovano, si salutano, parlano. Si colgono discorsi frammentari, voci di persone unite da un bisogno indicibile ma vivissimo: dimenticare, almeno per l’ora del pranzo, la monotonia che tintinna anche nei bicchieri posati sul bancone.

Siamo Fabrizio, Lucilio ed io.

Si parla del libro di Lucilio Santoni, che sta nascendo. Di cristiani ed anarchici che possono apparire come mondi lontani tra loro, così distanti da rendere arduo qualsiasi tentativo di comparazione. E invece, no. Punti di contatto ve ne sono. Eccome.
Si parla di Fabrizio De Andrè. E di Gesù di Nazareth che “è stato e rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”. Una girandola di pensieri folgoranti, intuizioni esatte e feconde, un profluvio di concetti, di progetti, un linguaggio che investe la sfera emozionale.

Lucilio Santoni è nato qui, in questa terra affacciata su di un mare gentile, dove i fermenti di un risveglio culturale sembrano ancora lontani. Lucilio è un operatore culturale, un traduttore di testi e uno scrittore.
E’ un poeta libertario. E uno spirito anarchico dallo sguardo azzurro di passione che dilania certezze.

Scrittore e Poeta. Che è un gradino in più allo scrivere o allo scrivere poesia: si possiede una profondità che traduce dalle viscere al cuore, quell’illogico ammasso di anima e carne, di spirito e materia, di sogni e follia. Animo anarchico oltre l’appartenenza ideale e culturale, come esercizio del libero pensiero, come visione della mente, come orizzonte astratto, come tensione emotiva.

Ma prima di tutto questo, Lucilio per me è semplicemente “”.
Non ricordo di preciso quando scelsi che avrebbe dovuto diventare un mio caro amico. So che lo è.
Qualche settimana fa mi ha detto: “Il libro Cristiani e Anarchici uscirà tra un mese esatto; se ti andasse di scrivere qualcosa tu, ne sarei felice”.

“CRISTIANI E ANARCHICI”, Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile pubblicato da “Infinito Edizioni” e con introduzioni di Filippo La Porta, Vito Mancuso, Maurizio Pallante, Davide Rondoni, sarà nelle librerie da lunedì 27 ottobre.

Verrà presentato per la prima volta dallo scrittore Anselmo Palini il 7 novembre al monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d’Iseo in provincia di Brescia.

Poi, il 10 novembre presso la Libreria Paoline di Milano dove a dialogare con l’autore ci sarà il giornalista Andrea Pedrinelli.
Si spera presto anche nella nostra città.

Credo che questo libro rappresenti una tappa significativa lungo quel sentiero letterario che da sempre Lucilio Santoni ha percorso.

Tra le pagine, biografia e storia delle idee si scambiano le repliche nella sua prosa fitta d’immagini volte a richiamare “uno spazio umano inedito”, interrogato “non tanto per pura speculazione critica o per rivangare nel passato con spirito nostalgico, ma per dare voce a una speranza”, poiché “la vita dovrebbe essere un grido all’infinito e non un frastuono di “automobili e gente in movimento, che gira a vuoto, senza una meta, senza un amore”. Rincorrendo “la clessidra impazzita”.

L’acume polemico del pamphlettista getta l’acre vigore del giudizio di chi, derochellianamente, ama “scontrarsi, finalmente, con le cose”, e avverte “un’aria da deserto umano, scossa da un vento sottile di polvere e sabbia, che corrode i profili dei valori, delle emozioni”.

La sua lingua poetica anatomizza e canta un piagato corpo sociale, una scrittura indagatrice si scopre lente di ingrandimento, bisturi che incide e seziona il morbo collettivo di “vivere con chi non si desidera. Parlare con chi non ascoltiamo. Ecco l’epidemia. Fuggire dalla tragedia in favore di un basso melodramma. Rinunciare alla rivoluzione per il quieto vivere. Lamentarsi. Farsi gli affari propri. Disprezzare gli altri. Maledire i fiumi invece di attraversarli. Bestemmiare il mare invece di solcarlo”.

L’inquietudine del polemos non ha pace, è la pace viva, indomita e palpitante comune alla ribellione libertaria e a quella di Cristo. Errico Malatesta abbraccia, in un’identica passione per l’umano, Madre Teresa di Calcutta. “Il rivoluzionario e la santa, due solitudini interiori, due volti che emanano una luce frontale di speranza che spazza via ogni angoscia. Due anime profonde e colme di mistero” poiché, in fondo, “gli anarchici sono dei santi senza Dio”. In questa comune invocazione, la preghiera si libera d’ogni liturgia e vibra, dentro di noi “quando ci si sente fragili, (…) marciamo insieme agli altri verso un luogo della memoria o verso una rivoluzione o quando facciamo l’amore”.

E poi, altre splendide schegge d’inchiostro come questa:
Parlava delle sirene di Ulisse, il cui canto era irresistibile perché a cantarlo era una voce di miele. Una voce che mostrava di sapere qualcosa della ferita dell’uomo, del suo dolore, della sua inquietudine. E noi c’innamoriamo e seguiamo chi sa e ha qualcosa di ciò che ci manca. Immancabilmente”.

Così, Lucilio, ci conduce sulle vette impervie di una provocazione culturale che Fabrizio Baleani, giornalista ed editor, mi spiega così:

“Leggere queste pagine rafforza una delle convinzioni che serbo con più tenacia e da più tempo nel cuore dei miei pensieri. Per esprimere, senza ricalcare, occorre essere davvero incomprensibili, fuggendo quell’apparente oggettività mirante a renderci, appunto, oggetti, funzioni da esibizione che s’apparecchiano una tribuna o una ribalta, animali da cipria bramosi d’imbellettarsi per mezzo di un’opinione socialmente desiderabile. Un discorso, una passione, un gesto di carità autentica, possono sorgere solo da un’inquietudine alta, spirituale, che guardi oltre l’orizzonte, non da una pulsione bassa, mercantile, ripetibile in caso di convenienza. La scelta autonoma della prima è scaturigine d’un linguaggio evocativo e terreno al contempo che sa essere invenzione di viatici indovinati dalla radicalità del pensare e segna lo iato tra comunicazione ed espressione. Lucilio coglie la pienezza di questa differenza, oggi compressa nel palmo superficiale delle retoriche correnti, e la restituisce affidando all’evocazione aspra, antica, eterna e pulsante della poesia, la salvezza della fragile, incantevole e incolpevole complessità umana”.

Il testo è, dunque, un’essenza d’estro intellettuale e perizia tecnica. Forza, padronanza ed efficacia delle parole, illuminanti citazioni, carnale vibrazione dell’istante, tellurica espressività, un monologo di cui non si sente la mancanza di dialoghi perché tra le righe ci sono parole pronunciate a fior di labbra.

E a chi scorga ancora nel titolo, il rischio dell’ossimoro e della contraddizione, di conciliare l’inconciliabile, si potrebbe rispondere che “bisogna continuamente ripensare la nostra vita e la realtà che ci circonda. Ogni certezza muore nell’attimo stesso in cui viene formulata”, e che solo i cadaveri non si contraddicono, la vita invece si snoda e procede per cambiamenti di posizioni e di sensibilità, a volte appena percettibili, altre volte violenti di luce.

Mi piace concludere così, con un pensiero del giornalista e amico Pier Paolo Flammini:

“Abbiamo bisogno di filosofi, e di poeti. Lucilio Santoni è un poeta, e un filosofo. E sceglie la lingua della poesia e della filosofia, estranea e avversa al Potere di cui discetta nel suo libro: quindi la sua è una sfida totalizzante, diretta, sanguigna. Non ne esce, Lucilio, e non ne esce, il lettore, immacolato: perché nella guerra condotta nel nome della purezza e della verità rispetto ad una realtà contraffatta e dominata dal mercato, nonostante spiazzi il nemico usando una grammatica nuova e quindi sconosciuta, ne risulta invischiato, come un corpo che non riesca a liberarsi – e non potrà mai farlo – di organi, tessuti, movimento. Resta l’anima, sofferente in questa lotta da cui zampillano speranza, energia, vigore, amore, incanto, amarezza. In una parola, Vita. Perché in “Cristiani e anarchici” c’è quell’elemento che talvolta brilla nella letteratura sincera: la Vita. Grazie, Lucilio”.

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