Negli ultimi mesi una delle protagoniste suo malgrado nelle vicende urbanistiche della Riviera delle Palme è stata la Sovrintendenza, in merito a progetti bloccati, fermati, riavviati e modificati.

Mi riferisco al progetto di A.N.I.M.A. (la cosiddetta “Grande Opera” a firma dell’archistar Tschumi), dell’ex cinema delle Palme e della situazione di villa Petrocchi, tutte situazioni che meritano una profonda riflessione sulla problematica del Bel Paese per quanto riguarda la tutela del paesaggio e soprattutto delle bellezze architettoniche.

Non è scopo di questo articolo dire se alcune scelte sono giuste o sbagliate, ma certe scelte devono far riflettere certamente sui pesi e sulle misure che gli enti usano per dare certi giudizi o pareri che siano.

Cominciamo con A.N.I.M.A.: sembrava filasse tutto liscio poi ad un certo punto si sono ravvisate titubanze della Sovrintendenza sull’imponente volumetria che deturperebbe il paesaggio; questione che ha sollevato forti polemiche ma, successivamente, si è arrivati ad un accordo tra Comune, Fondazione Carisap (che finanzia il progetto) e la stessa Sovrintendenza.

Stessa sorte l’ex cinema delle Palme: prima sembrava tutto bloccato avendo l’edificio un suo linguaggio architettonico, come asseriva la Sovrintendenza, oltre al fatto che aveva superato una “certa età” e alcune sue caratteristiche andavano preservate. Dopo un colloquio con la proprietà e i progettisti, si è deciso che una parte verrà demolita e ricostruita con aumento di volumetria, mentre un’altra sezione, quella verso sud, resterà delle dimensioni attuali. A tutto ciò si aggiunge che troveranno spazio anche dei parcheggi interrati mentre una “saletta” da un centinaio di posti sarà lasciata al Comune. Perché demolire mezzo edificio e mezzo no visto che fanno parte dello stesso complesso?

Per non parlare del rimbalzo di accuse per l’abbattimento di villa Petrocchi, sulle date di consegna o di notifica sul parere dell’ente regionale, per una villa considerata di importanza architettonica visto che erano stati superati i 50 anni di età.

Che senso ha poi, mettere dei vincoli temporali, non è detto che certa architettura che abbia superato qualche decennio non sia da abbattere e viceversa, l’esempio lo abbiamo nell’architettura alberghiera fatta negli anni tra il ’50 e il ’70, che a mio avviso rappresentava a pieno l’architettura moderna come l’International, l’ex Roxy e l’ex Pierrot.

Leggendo attentamente questi episodi locali, risalta ciò che spesso si riduce tutto a mera matematica: volume massimo, altezza massima, distacco minimo dai confini, superficie massima coperta, età, ecc. quindi a parametri quantitativi più che qualitativi: cosa che rappresenta un limite, ma ve ne è un altro ancor più grave: cosa è stato fatto negli anni scorsi per salvaguardare paesaggio e architettura?

Nei decenni scorsi non si è fatto nulla per incentivare i contadini a ristrutturare le proprie case coloniche, elargendo invece concessioni edilizie a pioggia per costruire accanto alle dignitosissime case coloniche in mattoni e legno, enormi condomini cittadini completamente decontestualizzati; non si è fatto nulla neanche quando si disseminava per le nostre belle campagne i parchi fotovoltaici, o quando in nome dei posti di lavoro si cementificavano le vallate interne con volumi complessivi molto più abbondanti di A.N.I.M.A., svalutando le case e il territorio esistente. Ora mi chiedo: dove erano a quei tempi gli enti preposti alla salvaguardia e le varie associazioni?

Negli stessi anni la Toscana tentava (riuscendoci) la via del turismo anche per i centri minori, valorizzando e riqualificando un patrimonio agricolo, attraverso sapienti ristrutturazioni del vecchio e limitate progettazioni del nuovo. Questa è una regione con cui spesso le Marche vengono messe a confronto (e non a torto sia ben chiaro!), ma come dice una persona che stimo, loro hanno inventato le Banche, noi la mezzadria.

Certamente a devastare il territorio sono stati molti e altri fattori concomitanti, sullo stato di fatto, come diceva Federico Zeri sulla questione degli abusi nella Valle dei Templi ad Agrigento, l’unica cosa che si può fare è di nasconderli con gli alberi. A mio avviso per il futuro, dovremmo cominciare a valutare meglio cosa fare e cosa non fare. Quando anni fa visitai Parigi, ci dissero durante la visita alla Biblioteca François Mitterrand progettata dall’architetto Dominique Perrault, che durante gli scavi per le fondamenta trovarono dei resti antichi e valutarono se proseguire o meno con il progetto: per la cronaca i lavori sono proseguiti e sono stati ultimati.

In verità in Italia le cose stanno un po’ cambiano anche se a rilento, con progetti come ad esempio l’Auditorium parco della musica di Renzo Piano, dove durante i lavori è stata rinvenuta una fattoria rustica di età arcaica: ruotando ls progettazione delle sale rispetto all’originale la fattoria antica è stata inglobata nel progetto, mentre in altri tempi si sarebbe fermato tutto e recintato aspettando anni per capire cosa fare.

Certamente Roma potrebbe essere un esempio azzardato per l’urbanistica marchigiana e picena, ma è sufficiente recarsi nei piccoli paesi del Trentino-Alto Adige per vedere come spesso antico e moderno convivono tanto nell’urbanistica, quanto nell’edilizia sia pubblica che privata, senza tanti problemi: si veda il restauro della torre di Merano dell’ufficio tecnico edilizia del Tirolo  e l’ampliamento della Chiesa Parrocchiale Laives dello studio Studio Höller & Klotzner – Architekten.

Solo due esempi, di un territorio disseminato di architettura antica e moderna di qualità, che muove anche un certo tipo di turismo. Eppure anche li hanno una Sovrintendenza.

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