SAN BENEDETTO DEL TRONTO-  Marcello Guidotti, classe 1947, figlio di Maria Romani (soprannominata “la mariannon”) e di Antonio Guidotti (detto “le zire”) racconta la sua esperienza da militare sull’ Amerigo Vespucci, veliero della Marina Militare costruito come nave scuola per l’addestramento degli Allievi Ufficiali: “un esperienza che mi cambiò la vita”.

La Vespucci fu progettata insieme alla gemella Cristoforo Colombo nel 1930 dall’ingegnere Francesco Rotundi, nel cantiere di Castellammare di Stabia. La nave scuola fu varata il 22 febbraio 1931. Partì completamente allestita il 2 luglio alla volta di Genova dove, il 15 ottobre 1931, ricevette la bandiera di combattimento nelle mani del suo primo comandante, Augusto Radicati di Marmorito. Il suo compito fu quello di affiancare il Cristoforo Colombo nell’attività di addestramento, e venne inquadrata nella Divisione Navi Scuola insieme alla Colombo, facendo varie crociere addestrative nel Mediterraneo e nell’Atlantico; al termine della seconda guerra mondiale, per l’effetto degli accordi internazionali, la Cristoforo Colombo dovette essere ceduta insieme ad altre unità all’URSS, quale risarcimento dei danni di guerra.

Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare in mare? Come mai ha scelto di fare questo mestiere?

“Ho iniziato a fare questo mestiere a sedici anni, contro il volere di mio padre che, però, non ostacolò la mia volontà di andare in mare con lui. Cercava di svogliarmi nell’intento di seguire le sue orme lavorative perché si rendeva conto della dura vita che mi aspettava se avessi continuato a lavorare con lui. Inizialmente lavoravo in mare nel periodo estivo, quando la scuola era terminata ed il mare era benevolo.

La cosa strana è che più mio padre mi osteggiava più il mare mi attirava!

Il mio primo imbarco risale al 1963 con il motopeschereccio di famiglia “nuovo Piergiorgio”, lavoravo gomito a gomito con mio padre che mi faceva fare i lavori più duri per convincermi che aveva ragione. Effettuavamo la pesca in Adriatico ed il mio imbarco durò tre mesi. Terminata questa esperienza mio padre mi disse una frase che ancora mi risuona nell’orecchio, dopo che lui mi comprò un paio di stivali: “ora devi finirli di pagare”! Con questa affermazione voleva dirmi di continuare ad andare in mare, dato l’ “investimento” che aveva fatto per me, nell’acquisto di quelle calzature.

All’età di diciassette anni m’imbarcai sul motopeschereccio “Dumbo” per la pesca atlantica e continuai questo tipo di lavoro fino al richiamo alle armi. Nel febbraio 1967 andai a La Spezia per il servizio militare e m’imbarcai sulla nave scuola “Amerigo Vespucci”. Il primo nostromo notò le mie abilità manuali e m’indirizzo nell’arsenale per imparare a cucire le vele. L’ultima crociera in Atlantico con il famoso veliero, di ritorno dal Nord Europa, diretti a Casablanca, nel golfo di Biscaglia prendemmo una tempesta violenta e durante le operazioni di serraggio delle vele un allievo dell’Accademia, che si trovava sull’alberatura, stava scivolando e per riprenderlo, caddi rovinosamente e mi fratturai le costole. Giunti a Casablanca mi ricoverarono presso l’ospedale militare di Rabat, dove rimasi venti giorni. Trascorsa la degenza fui mandato a casa per tre mesi e poi fui congedato.

Tornato a casa frequentai la scuola IAL per diventare “padrone marittimo” e così m’imbarcai come primo ufficiale nel motopesca ”Mascaretti Primo” dove rimasi due anni. Di ritorno a San Benedetto mi confidai con mia madre e le dissi che questo tipo di vita non era idoneo per il mio futuro, dato che dovevo rimanere tanto tempo lontano dai miei affetti più cari. Fu così che mamma mi consigliò di seguire l’esempio di mio fratello minore Italo, che si era imbarcato nel gruppo SAIPEM-ENI; inviai, quindi, il mio curriculum vitae a Milano. Dopo solo una settimana venni convocato per un colloquio conoscitivo nella città Meneghina; l’esito fu positivo e dopo quindici giorni m’imbarcai come nostromo a Ravenna su un pontone posatubi. Dopo una rapida carriera da nostromo e da primo ufficiale, passai al comando del Derrick Barge (barca a fondo piatto dotato di una gru e utilizzata per sostenere torri da petrolio, soprattutto durante la costruzione) chiamata “Castoro due” dove rimasi fino al 1986.

Per motivi personali andai via dal gruppo SAIPEM-ENI e m’imbarcai con la società Montanari su navi speciali per assistenza e salvataggio piattaforme petrolifere. Qui terminai la mia carriera lavorativa: era il dicembre 2000”.

Mi racconti qual è stato l’episodio più brutto che le è accaduto durante il suo lavoro.

“Quando ero imbarcato sul “Castoro due”, con trecento persone d’equipaggio a bordo, a quaranta miglia dalle coste egiziane, nella zona di Abukir, mentre aspettavamo il giorno, decidemmo di ormeggiare nell’attesa dell’avvicinamento alla piattaforma, ma qualcosa di terribile stava per accadere. Il mare era calmo e alle ore 20 ero a cena con i miei collaboratori, quando venni chiamato d’urgenza in plancia. Giunto lì non riuscivo a credere ai miei occhi, perché la cresta dell’onda arrivava a tredici metri d’altezza. Il primo ufficiale m’informò che due linee delle ancore si erano spezzate e nel frattempo si ruppero anche le altre e stavamo andando alla deriva. Nel mentre gettammo l’ancora centrale sul fondo per mantenere la prua “a mò di ancora galleggiante”. Diedi ordine di chiudere tutte le porte stagne con due persone dell’equipaggio che sorvegliavano le uscite per non far transitare nessuno. Chiamammo i rimorchiatori di assistenza, ma non si riuscì a far nulla per il mare agitato. Si continuava ad andare alla deriva,e mentre ci stavamo avvicinando a dieci miglia dalla costa, ritentammo una manovra per il rimorchio dato che, il mare si era calmato un po’.

La manovra riuscì perfettamente ed andammo a rimorchio sull’isola di Nelson (al largo di Alessandria d’Egitto). Alle 7, quando il personale stava per dar inizio alla giornata lavorativa, si meravigliò dell’arrivo improvviso all’isola. Nessuno si era accorto di nulla! Decisi di chiudere le porte stagne perché, all’interno dell’imbarcazione, c’erano quattro nazionalità diverse e si sarebbe potuto scatenare il panico a bordo”.

Che rimpianti ha della sua vita lavorativa?

“L’unico rimpianto è rappresentato dalla lontananza familiare. Non ho potuto dare alle mie figlie sufficiente affetto, ma ora mi sto dedicando il più possibile ai miei quattro nipoti”.

Qual è la giornata tipo di lavoro sui pontoni?

“La giornata tipo era sempre la stessa cioè di routine ma per me era principalmente di grande responsabilità”.

Secondo lei la tecnologia ha migliorato il lavoro sulle piattaforme?

“Si perché i mezzi si sono ingranditi e perfezionati”.

Consiglierebbe la vita sulle piattaforme ad un giovane di oggi? Se si, quali consigli si sente di dare?

“Si, consiglierei il mio ex lavoro ai giovani perché è un ottima esperienza sia lavorativa sia di crescita personale”. 

Ora che è in pensione, come trascorre le giornate?

“Principalmente con i miei nipoti e con mia moglie e poi mi dedico al mio hobby cioè il modellismo di navi, pescherecci e nodi: è un modo per sentirmi, ancora, vicino alla vita in mare”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 693 volte, 1 oggi)