Un articolo tragicomico di Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera. Purtroppo confuso dagli scarsi risultati dell’Inter di cui è tifoso, si avventura in una disquisizione economica senza capo né coda. O forse il capo ce l’ha, ma non si capisce quale sia la coda.

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Severgnigni magnifica l’Unione Europea per il programma Erasmus perché avrebbe consentito la nascita di “un milione di nuovi europei”. Ora, l’articolo di Severgnigni è una figura retorica, potremmo dire una metonomia: l’Erasmus è cosa buona quindi l’euro dell’Unione Europea è cosa buona.

Nessuno non viziato dagli scarsi risultati della squadra del cuore però si sognerebbe di scrivere un’apologia del fascismo perché, magari, con i treni popolari centinaia di migliaia di lavoratori e le rispettive famiglie venivano condotti nelle città balneari e d’arte per trascorrere ore liete e spensierate. Magari, come in questo filmato Luce, la propaganda dell’epoca ha esaltato i treni popolari, ma nessuno, dopo il 1945, risulta che abbia scritto che il fascismo (il tutto) fosse cosa buona perché almeno c’erano i treni popolari (la parte).

Severgnini poi dimentica che il bene e il male assoluto non esistono, che sul tema ambientale e anche dei diritti civili l’Unione Europea ha certamente dei punti di forza, ma l’onestà di cui si fa paladino dovrebbe consentirgli di criticare una struttura che da insigni studiosi è valutata oggi alla stregua di un sistema dittatoriale: clicca qui per leggere Luciano Gallino, qui per leggere il blog di Luciano Barra Caracciolo.

E la critica all’Unione Monetaria (lasciamo perdere l’Europa e il benessere dei popoli che tutti abbiamo a cuore) è un dato di fatto di cui forse l’alto borghese Severgnini non si avvede, ben avvolto nell’ovattato mondo, ma magari è la principale fonte di disperazione per generazioni di europei, pur in parte inconsapevoli purtroppo dell’origine del loro malessere economico e sociale.

Severgnigni l‘illuminista lombardo (sic) purtroppo scivola su un sentiero a lui non adatto (sulle questioni neroazzurre lo leggiamo sempre con piacere e stima) e inanella bucce di banana di propaganda una dietro l’altra, che oggi nemmeno Djannino, Zingales, Draghi o il Fondo Monetario hanno più il coraggio di mettere per iscritto con tale candore.

Brevemente dobbiamo citare alcuni punti, per dar concretezza alla nostra critica che altrimenti potrebbe sembrare astratta (come certi editoriali di De Bortoli su Renzi, del quale condivide le scelte politiche ma non i modi poco urbani, perché è antipatico: suvvia).

Critica la Francia perché “deve mettere mano alla mastodontica spesa pubblica (56% del Pil)” ma non sa che se fosse stata della metà dopo la crisi del settore privato del 2008 a Parigi si sarebbero viste scene degne degli anni ’30 (e non è detto non si vedano ben presto); scrive nefandezze da bar (o da Marco Travaglio) sul fatto che “il debito pubblico italiano è schizzato dal 50% del Pil nel 1974 al 122% del 1994. Ora siamo al 132%” ignorando del tutto che l’aumento degli anni ’80 non è dipeso da impennate della spesa pubblica (sempre in linea con quella continentale) ma dalla necessità di aumentare i tassi di interesse dopo l’ingresso dentro lo Sme, il sistema monetario europeo anticamera dell’euro.

Severgnini finirebbe dietro la lavagna non dico di qualsiasi aula universitaria, ma anche di scuola superiore (a meno che il professore non sia del Tea Party, ovvero della reazione finanziaria, con la quale sembra molto affine) quando ha il coraggio di mettere nero su bianco: “cosa faremmo, senza il fiato dell’Europa sul collo? La risposta, per l’Italia, è facile: eviteremmo la fatica del cambiamento e torneremmo a spendere come cicale. Un ex-presidente del Consiglio, privatamente, giorni fa lo ha ammesso: «Senza lo scudo delle norme di bilancio Ue, chi governa l’Italia non potrebbe resistere alla pressioni di sindacati, industriali, amministrazioni locali, interessi vari»”.

Severgnini l’illuminista neroazzurro ha la prurigine tecnocratica anche lui: quando immagina di avere a che fare con la democrazia, quella cosa brutta fatta di gestione della ricchezza in nome del popolo e a suo favore, con le mille briciole della torta arraffate sul tavolo, preferisce la sobrietà di commissari astratti e irraggiungibili dalla plebe volgare.

Mai che s’avventuri a criticare la Bce, quando, tra le altre cose, scrive nei documenti ufficiali di “ridurre i salari minimi e abolire l’indicizzazione dei salari“. Mai, cuor di leone.

Di Simone Weil ne nasce una ogni secolo, e ci si scusi per aver scomodato un così illustre nome.

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