di Katiuscia Chiappini

 

La letteratura aveva già capito tutto e raccontato molto e molto prima della cronaca.

Italo Calvino nel ’72 ne “Le Città Invisibili” racconta di Leonia, una città fantastica con un problema attuale, la spazzatura: «[…] Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano». Era un ottimista Calvino, adesso gli immondezzai sono diventati un corpo unico con le città.

Howard Fast, nel ’73, ne “Il cerchio”, narrava di come si fosse risolto il problema dei rifiuti: finivano in un immenso buco che sembrava poter accogliere l’universo intero. Lì si gettava di tutto, senza rimpianti, fino a che “il tutto”, il sub-universo, non pensò bene di straripare da un’altra parte, sommergendo il pianeta. Sembrava fantascienza, invece…

Gli scrittori, si sa, per inclinazione amano sporcarsi le mani con il mondo e nell’immondizia, nella discarica, se ne trovano di spunti di lungimirante riflessione. Ci hanno posato lo sguardo, ci sono scivolati dentro, nel loro odore acre e nauseabondo, tra i colori e le mille storie. Hanno lavorato di metafora, di similitudine. E hanno iniziato a “smaltire” nella sortita visionaria, le angosce dell’oggi, soverchi scarti di un mondo appesantito, caotico, accerchiato da ciò che produce e getta, assediato dalle scorie del proprio desiderio e da istantanee illusioni d’utilità mutate repentinamente in acquisti (bio)degradati e sovrabbondanti.

Una bottiglia del latte, un flacone vuoto di detersivo per i piatti, un resto di cibo, fino a qualche tempo fa dove li gettavate? In un unico sacco dei rifiuti, senza pensieri o sensi di colpa. Così si allontanava il pattume dall’esistenza, facendolo sparire in uno spazio esterno, possibilmente fuori dalla visuale comune. E diventava invisibile. Un rito salvifico. Un senso di liberazione, seppure illusorio ed effimero.

Dopo arrivava il camion della nettezza urbana, si fermava e scendevano due uomini con una tuta arancione, si apriva una bocca nel cassone del camion, si agganciavano i cassonetti. Rumore di vetri e plastica, e la bocca tritava ogni cosa. Svuotato quell’accumulo frutto del caso, quell’allegro caos di forme, tinte, sfumature, ai due uomini restavano solo alcuni oggetti esorbitanti dall’angusta capienza che li conteneva, e il camion ripartiva, portandosi via un pezzo maleodorante della nostra vita.

Come nella scena finale di “C’era una volta in America”, quando Max fiutato uno scandalo e braccato, oltrepassa il cancello dalla sua villa e sceglie di sparire dietro al camion dei rifiuti, mentre Noodles guarda l’autocarro allontanarsi e persone festanti gli passano davanti sulle note di “God Bless America”. Fantasmi dal passato.

A nobilitare con luminose perle di celluloide la nostra fenomenologia degli esemplari immondi destinati al secchio, si rischia d’imbattersi nel sacchetto di plastica che danza trasportato dal vento in un’immagine del film “American Beauty”, dove cielo e miseria s’incrociano nello stupefacente incontro fra l’assoluto e l’insignificante. La meraviglia di fronte alla realtà.

E Márcia Theóphilo, poetessa brasiliana, pure nello squallido scintillio dei rifiuti di una discarica viene rapita dalla magia del sortilegio:

Racconta cose assurde l’estate
lì, tra i rifiuti, dove la cenere inquina le mie ciglia,
lì ho aperto gli occhi e ti ho visto;
niente mi appartiene, nemmeno il luccichio del metallo raccolto,
in un grande vortice pieno d’immondizie,
e tra queste, due stelle i tuoi occhi […]

Ora la sporca e mortifica faccenda è meno lirica. Oggi il destino riservato a chi compra, consuma e produce scarti tutti uguali ogni giorno (lo stesso numero di bottiglie d’acqua, la stessa scatola di biscotti…) è cambiato: l’immondizia, l’ombra che rincorre le tracce del mondo, vuole essere differenziata. Da noi cittadini (contribuenti, s’intende). E ci sta anche bene. E’ civile. E’ ecologicamente corretto, e ha una funzione catartica, fa di noi il primo ingranaggio d’una catena d’operazioni decisive per una migliore convivenza collettiva.

Nella società del “trionfo della spazzatura” come la definì Montale, differenziamo diligentemente ogni cosa: PET, carta, plastica, vetro, lattine, pile, vegetali, animali (ops!) metalli, secco, umido, grigio, verde, eccetera. A breve separeremo il vetro chiaro da quello marrone, il foglio A4 da quello A3 e chi più ne ha più ne metta. Abbiamo imparato on the job, a diventare netturbini. I vantaggi? Non si sono visti. Ci avevano promesso una diminuzione delle tariffe. Generalmente sono raddoppiate.

E allora ecco spiegato l’odio ambientale “indifferenziato”. Ecco sommariamente svelati i perché.

Intanto per separare i rifiuti devi munirti di contenitori (poco igienici) che occupano spazio in casa. Con quello che comporta, specialmente d’estate. Solo se diventi Houdinì e trasformi il mobiletto sotto il lavandino in un armadio a infinite ante per infiniti sacchi, hai risolto il problema.

La catena d’obblighi non si esaurisce qui. Devi ricavare del tempo dal tuo tempo libero. E ne occorre se si vuole stoccare come si deve e smaltire coscientemente.

Non si escluda dal novero delle amenità a sfondo verde opaco, che sono i cittadini ad offrire un servizio di riciclo al comune (non senza inciampi), e devono pure pagare caro. Non quadra. Fare la differenziata è cosa buona e giusta ma allora le tasse sui rifiuti vanno abbassate. Oppure lasciate così, d’accordo, ma gli operatori ecologici pensino a fare la separazione (il loro lavoro). Qui invece si vuole tutto: sia l’uovo che la gallina.

Incredibile che la spazzatura comporti costi, quando in altri paesi crea entrate, energia riciclaggio. Questo il pensiero frustrante che ti accompagna mentre, vincendo la repellenza, sei lì che differenzi ed esamini da vicino “lo strano caso del tovagliolo sporco”, e rumini due calcoli sui molti, troppi beneficiati da questo sudicio business perpetrato a tue spese e moltiplicatore dei conflitti alle riunioni di condominio. Avete presente, no? In quelle assemblee chiassose, degne delle più grottesche avventure fantozziane, si è, sulle prime collaborativi, pronti ad assumere le giuste abitudini ecologiche. I guai arrivano dopo, quando i nostri vicini di casa, furtivamente, s’improvvisano speleologi del rifiuto altrui, per scovare chi si differenzia non differenziando.

Insomma, bene essere cittadini diligenti, ma non è ammissibile diventare schiavi della spazzatura. Dei rifiuti che ricicliamo, di quelli che teniamo in casa, di quelli che respiriamo di quelli gettati a terra spesso per il dispetto (disobbedienza civica che la bolletta della TARSU acuisce) di cittadini agguerriti contro il porta a porta. E non è ammissibile abbracciare scorci di città (la nostra è a vocazione turistica) trasformati in micro discariche a cielo aperto. Spettacoli indecorosi in “bella” vista che raccontano come, sulla raccolta differenziata, regnino mancanza di strategia e superficialità gestionali. Le strade sporche e costellate a macchia di leopardo da sacchetti di abietto pattume sono la cartina di tornasole di un sistema fragilissimo che rischia il cortocircuito.

Mi chiedo se si possa essere ugualmente ecologisti, non marchiati dall’infamia pubblica di eco-trasgressore nemico del pianeta, riservata a chiunque non regoli il domani soltanto sul proprio e sull’altrui sporcizia, con molti meno disagi per i cittadini e senza incutere la sgradevole sensazione che le tasse sui rifiuti siano “soldi a perdere”, buttati via. Una volta si inquinava di più, si separava di meno e non si pagava quasi niente. Oggi si inquina di meno, si separa molto di più e si paga tanto. Troppo.

Al termine di questo viaggio al termine dei cassonetti, inseguo la chimera d’un sistema di raccolta con contenitori interrati per non dovermi abituare a cumuli d’immondizia ormai elevati a “parte dell’arredo urbano”, pur consapevole che la sporcizia è simbolo d’ogni errore e stortura da mondare e s’insinua nella vita di ciascuno e di tutti.

Forse la spazzatura, quel “resto” indefinibile fatto di frammenti, ciò che rimane di noi, dei nostri consumi, simbolo del nostro passato e del nostro futuro, che ha un’anima e rivela le nostre scelte, le abitudini, i segreti, i misteri, andrà presto molto di moda pur evocando un organismo denso, un canceroso essere immondo. La sostanza di cui era pieno il vaso di Pandora

 

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