I mercati ittici all’ingrosso sono nati con un regio decreto del 1926 con la finalità di creare un efficace ed efficiente luogo d’incontro tra la domanda e l’offerta e di tutelare la produzione locale del pesce.

Fatte salve esigue quantità, che il pescatore vende direttamente e le forniture continuative destinate ad altri mercati o stabilimenti, nel mercato all’ ingrosso dovrebbe confluire tutto il pescato locale per essere venduto agli acquirenti. In passato, in assenza di tali infrastrutture, la vendita del pesce avveniva sulla spiaggia.

Fu nel 1886 che il comune di San Benedetto costruì il primo mercato all’ingrosso. Con l’andare del tempo si rese necessario costruire un nuovo mercato, quello attuale, che fu realizzato nel 1936. C’era una vasta platea centrale, con una tettoia metallica. La guerra lo distruggerà quasi totalmente e nel dopoguerra venne completamente ricostruito. Più tardi fu dotato di un sistema per l’individuazione automatica dell’offerta che ha posto fine all’antico sistema “a voce”, con l’offerta a ribasso d’asta. Oggi con il contributo regionale prima e quello della comunità europea poi è stato completamente ristrutturato. Abbiamo intervistato Gianfranco Rosetti.

Qual è la sua formazione scolastica? Quanti anni aveva quando ha iniziato questo lavoro? Per quanto tempo è andato in mare? Che tipo di pesca praticava?

“Andai a scuola fino a quattordici anni, poi m’iscrissi ad un corso di formazione professionale come <<meccanico navale di seconda classe>>.

Quando iniziai a lavorare sui motopescherecci avevo quindici anni. Il mio primo imbarco fu sul <<Nuovo San Gabriele>> dei fratelli Guidotti, come mozzo e dopo sei mesi m’imbarcai, come secondo motorista, nel motopeschereccio <<Gea>> che praticava la pesca nel Mediterraneo. All’età di diciotto anni salii a bordo del <<Marchegiani quarto>> e praticavamo la pesca oceanica. L’imbarcazione era molto grande ed i membri dell’equipaggio erano ventuno. La vita all’interno dell’imbarcazione era routinaria ed i ritmi ben scanditi: si partiva da Ancona e dopo otto/nove giorni di navigazione si raggiungeva Las Palmas de Gran Canaria dove si effettuava il rifornimento di gasolio e dopo, ulteriori, ventiquattro ore di traversata raggiungevamo il punto di navigazione. Si poteva effettuare la pesca fino alla Guinea Bissau. A quei tempi si effettuava la pesca ininterrottamente per quaranta giorni, fino al completo riempimento della stiva (cioè la parte della nave che si trova sotto il ponte destinata all’immagazzinamento del pesce). Una volta terminato il carico si ritornava al porto di Ancona, dove il pesce veniva scaricato e trasportato a San Benedetto per la vendita. Dopo lo sbarco dal <<Marchegiani quarto>> m’imbarcai in altri motopescherecci ed effettuavamo sempre la pesca oceanica.

Effettuai quindici anni di navigazione e poi iniziai a lavorare all’interno del mercato ittico, nel 1979. Fui assunto come operaio generico, quindi lavavo le cassette di pesce, scaricavo il pesce che si doveva vendere all’asta e tenevo pulito il mercato, che era funzionante dal martedì al venerdì. Ogni mattina ci sono circa trenta barche che scaricano le cassette contenti il pesce, che venivano sistemate sopra dei carretti, trainati dagli <<zautt>> (personale incaricato dagli armatori di trasferire il pescato all’interno del mercato ittico, n.d.r.).

Il commercio del pesce avviene tramite la così detta asta olandese, in cui il prezzo parte alto per poi abbassarsi. Prima dell’inizio dell’asta avviene la conta, con i numeri della tombola, dopo di ciò si inizia con il sorteggiato numero uno, con il sorteggiato numero due e così via… Il prezzo del pesce veniva stabilito dalle condizioni climatiche e dalla quantità del pescato. Non esisteva calmiere. La vendita si sviluppava tramite due nastri trasportatori: inizialmente c’era la pesatura del pesce; a metà tragitto il nastro si fermava all’altezza del gabbiotto, dove c’era un dipendente comunale che stabiliva il prezzo del pesce, che veniva comunicato tramite lo schermo presente all’interno del mercato. Il potenziale acquirente comprava il pesce tramite una scheda magnetica dotata di codice personale, fermando così l’asta. A fine vendita, negli uffici, vengono redatte le bolle d’accompagnamento per i clienti, mentre per gli armatori vengono rilasciati i fogli d’asta. Attualmente è tutto meccanizzato”.

Come mai ha scelto di fare questo mestiere? Qual’era il suo ruolo all’interno nell’equipaggio?

“Per necessità, ma anche per spirito d’avventura e poi il guadagno era ottimo. Inizialmente m’imbarcai come mozzo e poi come ufficiale di macchina”.

Quali sono la cosa più bella e la più brutta che le sono capitate?

“L’episodio più brutto è stato l’allagamento della sala macchine, a causa del maltempo sul motopeschereccio <<Gea>>. Rimanemmo in balia del mare, ma grazie al mio collega Giuseppe Castelletti, riuscimmo a togliere l’acqua tramite un grosso tubo di gomma. Gli episodi più belli sono legati ai tanti occhi tristi che ho visto in Africa a causa della povertà: solo in quei momenti capivo la grande fortuna che avevo a San Benedetto, grazie al calore e all’affetto dei miei cari”.

Consiglierebbe la vita del pescatore alle nuove generazioni?

“Si, perché la figura professionale del pescatore sta scomparendo, ma è conveniente lavorare in mare perché il guadagno, anche se poco, è assicurato”.

 Ora che è in pensione, come trascorre le giornate? Le manca il lavoro in mare?

“Si, la vita in mare mi manca parecchio. Trascorro le mie giornate presso l’associazione dei pescatori sanbenedettesi, meglio conosciuta come ex- lega”.

(Nota del direttore: il suo vero nome è Gianfranco, ma tutti lo chiamano Giovanni. Per i suoi amici d’infanzia invece è Marlon Brando per la folta chioma con brillantina che ricordava il famoso attore americano)

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