SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “I dischi si copiano, non si comprano più. Il mercato è crollato, le case discografiche si sono ridotte a due-tre”. Francesco Guccini spiega così la crisi della canzone impegnata, soffocata dalla musica commerciale e dai talent: “Ora ci sono i concorsi tv, vengono lanciati i cantanti, che spariscono dopo qualche mese. Gli autori esistono ancora, ma ci sono pochi mezzi e manca la strada. Una volta c’era il Club Tenco, però la crisi è arrivata pure lì”.

Sopravvivono invece i concerti dal vivo, strada da lui abbandonata diversi anni fa senza troppi rimpianti. “Mi ero stancato – confessa – era faticoso fisicamente, mi provocava troppa tensione. Già una settimana prima cominciavo a preoccuparmi. Meglio smettere quando hai i favori del pubblico anziché andare incontro ad una lenta decadenza. Aznavour canta a 90 anni? Beato lui”.

Attesissimo da oltre 400 persone, l’artista modenese riempie la Palazzina Azzurra fondendo almeno quattro generazioni. “Ai giovani dico di seguire l’istinto. Fate ciò che avete in mente, non cedete alle pressioni esterne, non buttatevi via e non svendetevi. Ricordate comunque che si nasce incendiari e si finisce pompieri, in genere la strada è quella”. Tanti ragazzi tengono per mano i suoi dischi sbiaditi dal tempo e coccolati come delle reliquie. Guccini li autografa, in alcuni casi concede vere e proprie dediche. “Non ho mai pensato di mandare messaggi con le mie canzoni. Ho solamente narrato quello che mi passava per la testa sperando di ottenere apprezzamenti. Non ho mai mostrato la supponenza di chi è convinto di possedere la verità assoluta”.

Nel “Nuovo dizionario delle cose perdute” Guccini racconta un mondo lontano dal nostro presente. Ad esempio, rispolvera il telefono a muro: “Ci si doveva per forza alzare per rispondere. Io non ho il telefonino e nemmeno la patente, sono un animale in via d’estinzione protetto dal Wwf. Il cellulare è entrato con violenza nello spazio privato di ognuno di noi”.

La morale? “Un tempo facevamo a meno di molte cose e vivevamo bene lo stesso”. Ma guai a tirare in ballo la nostalgia, semmai si lascia il campo all’ironia. Come nel caso delle letterine di natale scritte da bambini per elemosinare una ricompensa: “Le riempivamo di ipocriti pensierini zeppi di bontà e promesse che non avremmo mai mantenuto. Lo scopo era commuovere i genitori”.

Perdute, a volte, sono anche le parole: “Poffarbacco, giovinetto, tristanzuolo, non si usano più”. Al contrario delle abusate: “Una volta i fiumi straripavano o tracimavano. Oggi esondano. Spiegatemi cos’é cambiato!”.

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